SELFIE – Le cose cambiano

selfie-foto
Ammetto di subire la fascinazione delle trasmissioni trash – anche oltre quanto sarebbe lecito, ma questa è un’altra storia – con tanto di interazioni con il popolo di twitter, cosa che mi distrae e diverte.

A tale proposito ieri sera Canale5 ha messo in onda la prima puntata di “Selfie – Le cose cambiano”, la nuova trasmissione che dovrebbe rilanciare Simona Ventura, neo approdata nella scuderia Mediaset.

L’intenzione è di capire di cosa si tratti, ed è presto detto:
tramite un video-selfie inviato alla redazione, delle persone comuni chiedono un aiuto; le questioni vengono sottoposte al vaglio dei “mentori” (sono dei “vip”, diciamo così) che, in base al loro insindacabile giudizio, potranno accettare o meno le richieste inoltrate.
Se nessun mentore accetterà la richiesta, la stessa verrà respinta, ma se al contrario venisse accolta, il mentore farà da “padrino” alla causa.

Nonostante ancora non si capisca dove la trasmissione voglia andare a parare,
ne continuo la visione, aspettando di capirne di più.

Dopo il lancio dei primi video-selfie, che trattano di cose piuttosto banali, vengo catturata dalla storia di una ventenne.
La trama viene ordita con la solita dinamica dei peggiori programmi della tivù del dolore, nel quale il soggetto è di solito alle prese con una situazione disperata.
Già sento odore di bruciato, ma vado avanti, ormai troppo incuriosita dalla richiesta che verrà inoltrata e non ancora palesata e, ancora di più, dalla soluzione che la redazione escogiterà per risolvere il problema.

La ragazza vive a casa dei genitori ed è già madre di un bambino duenne.
Si alza tutte le mattine alle cinque per recarsi al lavoro presso una ditta di pulizie.
Alle otto ha già finito il turno del mattino e, se riesce a tornare in tempo, porta suo figlio all’asilo, altrimenti lo accompagna sua madre.
Il suo compagno – padre del bambino – lavora lontano e, di conseguenza, si incontrano saltuariamente.
I soldi che racimolano con i loro impieghi non gli permette di trovare quell’autonomia che tanto desiderano per affrontare un’esistenza meno precaria.

Con il volto devastato dallo scoramento, la ragazza racconta che per la sua giovane età si sta sacrificando molto e desidera una vita diversa.

La narrazione rimarca la faticosa esistenza della ragazza, insistendo con inquadrature puntate su quegli occhi tristi e già così rassegnati.
Si indugia ancora nella storia, con particolari trascurabili ma che ribadiscono a piè spinto l’insoddisfazione della ventenne.

Quindi si arriva – finalmente – al dunque:
la ragazza dice che a seguito della gravidanza, il suo corpo ha subito una pesante trasformazione per la quale prova una profonda vergogna.
Vorrebbe risolvere definitivamente questo problema e chiede alla trasmissione se possano loro provvedere alla spesa per un intervento di mastoplastica additiva e rimodellamento del seno.
La richiesta viene accolta da una mentore e vengono messe in onda le conseguenti scene della visita medica e dell’intervento.
In studio interviene la ragazza, per mostrare al pubblico il suo sorriso più raggiante e il nuovo décolleté, che una generosa scollatura fatica a contenere.

Resto basita.
Inorridisco davanti al video, perché non riesco a capacitarmi.
Pensavo che il disagio provato dalla ragazza fosse scaturito dalla precaria situazione familiare, dalla professione insoddisfacente e poco remunerata e, non da ultima, dalla lontananza forzata del suo compagno.

O forse l’ho immaginata io questa visione, anche se tutto lo suggeriva.
Mi aspettavo che la richiesta fosse mirata ad un riscatto personale,
alla possibilità di accedere a un contributo economico finalizzato a una specializzazione professionale più qualificata, o magari per ottenere una casa con affitto calmierato e poter finalmente ricongiungere la sua famiglia, cominciando così una nuova vita.
Piccoli passi per una grande rivoluzione.

Invece tutta la sofferenza che questa ragazza pativa era derivante dalle sue tette flosce: un’incoscienza devastante.

Se fossi stata io la mentore di questa ragazza le avrei negato con ferma convinzione il contributo richiesto: il mio ruolo mi avrebbe imposto di insegnarle che l’intervento da fare non era al seno, ma alla sua vita.

Avrei cercato di farle prendere coscienza della necessità di un’emancipazione personale che andava ben al di là di un’operazione estetica, spiegandole che una maggiore qualità della vita le avrebbe portato più serenità.
Le avrei suggerito di puntare più in alto delle sue tette, così da poterselo persino pagare da sola il suo intervento.

Al contrario, la sua mentore (ebbene sì, era pure donna!) stava al centro dello studio, tronfia di soddisfazione per la magnanimità dimostrata e chissà, persino ignorante del danno perpetrato.
Stava sotto i riflettori accanto alla ragazza che, piena di gratitudine e inconsapevolezza, veniva privata dell’unico aiuto che veramente le sarebbe stato utile, immolato a favore di un auditel che spero non sia arrivato e non arrivi mai.

A questo punto mi permetto di suggerire agli autori della Tivù un maggior impegno alla scrittura (vabbè che non parliamo di servizio pubblico, però…), perché anche i programmi di evasione non siano così diseducativi.

Non sono certo Aldo Grasso e forse non ho gli strumenti per una corretta critica televisiva, ma sono una spettatrice e come tale merito rispetto, lo stesso che avrebbe dovuto ricevere la ragazza in questione, che al contrario è stata usata peggio di una figurante di un film di serie B e, quasi certamente, non ne è neppure consapevole.

Alla ragazza hanno sollevato le tette, a me invece sono cascate le braccia,
e a quel punto ho cambiato canale.

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UNDICI DONNE E OTTO BAMBINI

barricateUndici donne e otto bambini.

Undici donne e otto bambini, che chiedevano un riparo temporaneo.
Gli abitanti di Goro e Gorino,
appena venuti a conoscenza della notizia di quella esigenza,
hanno eretto barricate, rifiutandone il ricovero prima ancora di incontrarli.

Non li hanno voluti nemmeno incrociare quegli occhi;
se lo avessero fatto avrebbero dovuto abbassare lo sguardo, perché constatandone l’innocuità, avrebbero potuto vergognasi della propria disumanità.
O forse non si sarebbero neppure turbati, chissà.

Undici donne e otto bambini,
che per gli abitanti di questi paesi sarebbero stati un problema, perché
recepiti come un’invasione arbitraria della loro comunità,
un pericoloso precedente di un’accoglienza più ampia: Dio non voglia!
Eppure nel delta del Po non è infrequente il verificarsi di alluvioni disastrose, che hanno costretto la popolazione allo sfollamento verso altri territori.
Che sia passato troppo tempo dal 1958 per ricordare ai Goranti che cosa sia la solidarietà?

Undici donne e otto bambini che, solo con l’ipotesi della loro presenza,
hanno fatto insorgere l’oscenità di tanta crudele avversione.

Undici donne e otto bambini, rifiutati perché “colpevoli” di essere nati – loro malgrado – in luoghi tormentati da conflitti, avere la pelle più scura, parlare un altro idioma o pregare un altro Dio.

Undici donne e otto bambini non sono numeri astratti, ma persone.
Gente permeata da una disperazione che non si augurerebbe a nessuno.
Vorrei dire agli abitanti di Goro e Gorino che,
ricusando con tanto disprezzo quella gente, hanno compiuto un gesto ignobile.

Sono convinta che sia necessario sforzarsi, tutti quanti, per fare in modo che quella stessa disperazione possa trasformarsi in speranza.

Undici donne e otto bambini  ci implorano silenziosamente di restare umani.

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TIZIANA E LA SUA SCIARPA

 

sciarpa

Chissà, forse quando l’hai vista nella vetrina del negozio, hai avuto immediatamente l’impulso di acquistarla.
Bella e colorata, avrebbe sicuramente fatto risaltare ancora di più i tuoi occhi, già così luminosi.

Quella sciarpa la immagino come un filo conduttore, che incomincia da quella vetrina e finisce sul web.

Ti figuro avvolta nella sua morbidezza, accarezzata dal suo tepore confortante: sicura di te, spigliata, bella, giovane e disinibita.

Ipotizzo che la sfoggiassi anche quando ti preparavi per incontrare gli uomini con cui facevi sesso e ai quali hai concesso di filmarti durante quei rapporti, offrendogli la possibilità di utilizzare quelle immagini a loro piacimento.
Lo hai fatto senza riflettere, perché probabilmente in quegli attimi eri coinvolta in un gioco che pensavi sarebbe rimasto privato, o quantomeno circoscritto.
Un peccato di vanità, una superficialità imperdonabile.

Da quel momento hai legato la sciarpa al collo un po’ più stretta, inconsapevole delle conseguenze.

Poi è iniziato l’incubo: hanno cominciato a circolare i video sul web e in molti si sono sentiti autorizzati a giudicarti, ferirti e umiliarti.
Lo hanno fatto uomini e donne, e queste ultime con particolare accanimento, denigrandoti con asprezza e condannandoti senza neppure conoscerti.

Ti ho immaginata intenta a coprirti il volto con la sciarpa per celare la tua vergogna, per attenuare il rumore incessante dei commenti lasciati in rete da cybernauti sputasentenze, senza riuscirci.

Hai tentato in tutti i modi di bloccare quell’assillante chiacchiericcio che ti riguardava, che invece ha continuato a montare fino a diventare un rombo assordante.
Per quanto ti impegnassi nel contrastarlo, quell’eco ti seguiva ovunque, con ostinazione e cattiveria, in una persecuzione perpetua.
Era come se quel pezzo di stoffa fosse diventato un serpente che, attorcigliando le sue spire intorno alla gola, ti facesse mancare il respiro.

Devi aver pensato che per annullare quella sofferenza che ti aveva già rubato tutto – divorandoti – ci fosse solo una strada possibile.
E così hai deciso: hai attaccato quella sciarpa a un gancio e ti sei impiccata.
Fine dell’agonia.

Sarebbe stato bello se quella sciarpa, anziché essere strumento di morte, avesse avuto il potere di coprire gli occhi a coloro che quei video li hanno guardati, impedendogli di lasciare commenti, lanciati nell’etere con la stessa superficialità con cui tu avevi permesso di registrarli.
O se fosse riuscita a impedire a chi, ancora oggi, li fa circolare nonostante il divieto, corredandoli perfino di spot pubblicitari, sfruttando in modo ripugnante la tua sventatezza e la tua morte.

Mi sarebbe piaciuto che avesse potuto legare le mani a coloro che hanno applaudito ai tuoi funerali ma che quasi certamente – e sarei pronta a scommetterci – hanno visto quei filmati, per poi commentarli con giudizi volgari e grasse risate con qualche amico.

Sarebbe giusto se quella stola potesse diventare invece un velo pietoso,
per coprire chi ne ha contribuito la diffusione, chi ne ha riso, chi ha giudicato senza essere giudice.

Dovrebbe celare persino l’ipocrisia di chi prima ha dato un’occhiata a quei video, contribuendo così alla loro diffusione virale sul web, e poi si è sentito autorizzato a puntare il dito sui cyber-bulli criticandoli.

La tua storia, Cara Tiziana, è davvero molto triste, e se c’è una cosa che mi ha insegnato è che è necessario prestare molta attenzione a ciò che si pubblica sul web, soppesandone le eventuali conseguenze.

Perché se è inevitabile che “un post è per sempre” –  parafrasando una famosa pubblicità – a questo punto è meglio che lo sia un diamante.

Ciao Tiziana, spero che tu possa riposare in pace.

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E la chiamano estate

estate

 Non passa giorno – o quasi – che non avvenga un tragico evento a scuotere gli animi: incidenti ferroviari, attentati terroristici sempre più efferati, colpi di stato e conseguenti epurazioni, violenti scontri razziali, ragazzi completamente fuori di testa che sparano ammazzando decine di persone.

Mi fermo qui, altrimenti l’elenco non finirebbe nei tempi consentiti di un post.

In tv viene dato molto risalto a queste notizie, riempiendo i palinsesti di trasmissioni-fiume atte a descrivere i più minuziosi particolari dei suddetti eventi.
Personalmente rifuggo da quel giornalismo che mira a cogliere i dettagli più raccapriccianti delle notizie, perché ne trovo intollerabile la morbosità.
Ho la vaga sensazione che il taglio di certi servizi abbiano lo scopo di insinuare angoscia e insicurezza nei telespettatori più che a dare una reale e corretta informazione.
E’ del tutto evidente che invece il sensazionalismo vende, e piuttosto bene.

Anche la situazione meteorologica non sembra delle più stabili, proponendo un ampio ventaglio di eventi che spaziano dai temporali – che in realtà assomigliano molto di più a tempeste tropicali – afa e caldo,
fino a regalarci brezza e cielo azzurro:
quel cielo che quando è bello, è bello davvero e pare restituirci un briciolo di spensieratezza.

Ma estate significa anche vacanze.

C’è chi le progetta con cura e chi cerca un’occasione last-minute.
A me in genere piace fare un viaggetto con mio marito alla scoperta di una capitale estera, per aprirmi a nuovi orizzonti e per gustare cibi insoliti, bighellonare per mercatini o visitare musei.
E’ una vera e propria maratona, ma di solito così interessante da poter sopportare la conseguente spossatezza.
Come dice sempre Zia Angela – arzilla ottuagenaria indomita –
“Per riposare ci sarà tempo!”, e credo che abbia ragione.

Certo è necessario anche un po’ di relax e gradisco riconquistare l’armonia su una spiaggia in compagnia di un libro o della musica, a seconda dell’umore.
Si recupera così la stanchezza spezzando la routine, che sarà anche rassicurante, ma è certamente molto più noiosa.
Quindi va bene il riposo, ma senza esagerare;
che se si è pronti a scombinare i piani – come ho ormai imparato – l’imprevedibilità ci può riservare piacevoli sorprese.

Ecco, quest’anno la sorpresa è arrivata ancora prima di partire.

Martino, il gatto che vive in famiglia da quindici anni,
non gode di buona salute.
Solo un paio di mesi fa pensavamo di perderlo, ma siamo riusciti a curarlo, riacciuffandolo per la coda.

Adesso le cose sono migliorate, ma è necessario monitorare il felino costantemente, senza la volontà di delegarne la cura a terze persone.
Potrebbe sembrare un atteggiamento esagerato, ma in famiglia siamo convinti che sia un nostro preciso dovere.

Martino non ha chiesto di essere adottato: è stata una nostra scelta e,
come ogni scelta, comporta delle conseguenze non sempre piacevoli.
Da un lato è bellissimo avere un gatto per casa da riempire di baci e di coccole, farlo giocare, accarezzarlo per sentirne le fusa o semplicemente godere della sua compagnia, ma la contropartita è che l’animale ha un’esistenza relativamente breve e gli ultimi anni della sua vita possono essere un susseguirsi di disturbi e malattie, con sofferenza sia per la bestiola che per il proprietario.

Martino purtroppo è malato e noi ci troviamo ad affrontare questa situazione con responsabilità e dispiacere.

E allora pazienza se quest’anno rinunceremo al viaggio, andando a villeggiare con il figlio peloso nella casetta di famiglia in Abruzzo.
Perché se è una rinuncia che può inizialmente pesare,
al fine restituisce la sensazione di fare una cosa profondamente etica,
che in qualche modo rimette in equilibrio la disarmonia di questi tempi così scellerati.

Non dobbiamo permettere alle brutture che ci circondano di sopraffarci:
per farlo occorrono anche solo piccoli gesti, ma belli.
Se saremo disposti a compierli ci restituiranno molto più di un piccolo sacrificio perché, come diceva qualcuno più saggio di me:
“Com’è bella la vita, quando fai qualche cosa di buono e di giusto”,
e io lo penso, con convinzione.

Buona estate a Tutti.

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ORLANDO

 

Orlando

Tante parole sono state dette e scritte sulla strage di Orlando e forse quelle che sto scrivendo non apporteranno un ulteriore contributo, ma mi piacerebbe condividere alcune riflessioni.

Il motivo che mi spinge a farlo è che la faccenda, dopo appena un giorno, è già stata derubricata come marginale.
La più grande strage americana perpetrata da un individuo è ritenuta secondaria.

Cinquanta persone trucidate sono già scivolate nel taglio basso delle pagine dei quotidiani che, al contrario, mettono in evidenza la vittoria dell’Italia sul Belgio nella partita di esordio degli Azzurri agli Europei 2016.

Quello stesso torneo che non ha trovato un momento per ricordarle quelle vittime, un minuto per celebrarne in silenzio la memoria.
Vorrei ricordare che la nazione ospitante il campionato è la Francia, un paese che è stato colpito duramente da una strage simile solo una manciata di mesi fa.
Chissà, forse i cugini d’oltralpe sono un po’ distratti, o forse solo troppo concentrati a sedare le risse degli hooligans.

Come noto, la carneficina si è svolta in un rinomato locale gay di Orlando:
un uomo fuori di testa ha imbracciato un M10 erigendosi a giudice supremo, provocando la morte di decine di persone perché ritenute “diverse”,
dei pervertiti non degni di vita.

Esclusa la matrice terroristica, è rimasta in piedi quella omofobica.

Quindi i morti erano gay, e come tali non interessano.
Quei macabri resti sono “cosa loro”.
Immagino che se tale massacro avesse avuto una matrice terroristica (meglio ancora se islamica) se ne parlerebbe per settimane.

Invece si può andare oltre, provando quasi sollievo per non dover dimostrare
un vero cordoglio.
Molto rumore, se non per nulla, certamente per poco.

Gli omosessuali hanno spesso l’abitudine di starsene tra di loro,
prediligendo ambienti gay-friendly.
Ricordo di averne chiesto il motivo ad un caro amico,
che mi rispose con poche e semplici parole, dicendomi :
“Noi gay preferiamo stare per conto nostro perché così non dobbiamo continuamente giustificarci per ciò che siamo”.

Il ragionamento non fa una grinza, ma a me fa pensare alle riserve indiane, dove i pellerossa stanno rinchiusi senza dare troppo fastidio,
lontani dagli sguardi dei soliti benpensanti.

Se aspiriamo a vivere un mondo più giusto, credo sia necessario oltrepassare il limite che impone una certa mentalità, a volte dettata dal perbenismo,
molto più spesso fomentata dalla paura e dall’ignoranza.

E’ necessario fare un passo avanti e guardare negli occhi queste persone: individui con sentimenti, ambizioni, difetti e piccinerie.
Niente di più e niente di meno.
Qualcuno potrebbe persino meravigliarsi di chi gli sta di fronte, a dispetto dei propri pregiudizi.

Allora piangiamoli i ragazzi di Orlando.
Commuoviamoci per le loro vite spezzate, ribellandoci a coloro che li hanno declassati a morti minori.
Se non lo faremo, li avremo condannati a morte un’altra volta.

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FESTA DELLA MAMMA

 

festa mamma

E’ da poco trascorsa la Festa della Mamma e quest’anno, chissà perché,
ho avuto la consapevolezza che è una ricorrenza che non mi apparterrà mai.

Non sono madre e non succederà in futuro: è una certezza.
Non che me ne faccia un cruccio e la mia vita mi piace così com’è.
Sarà che non ho mai avuto uno spiccato senso materno,
ma non mi sono mai sentita una donna a metà per il fatto di non aver generato.
Non ho mai avuto l’ostinazione di voler procreare a ogni costo:
semplicemente è andata così.

Nel giorno di questa ricorrenza ho riscontrato sui social quanto le mamme siano buone, belle e amorevoli, ricambiate da figli devoti, teneri e affettuosi.
Un mondo da fiaba.

Perplessa da tanta enfasi – per i miei gusti esageratamente melensa –
ho cominciato a rimuginare.
Tra i tanti pensieri, uno si è rivolto a quanto accaduto alla piccola
Fortuna Loffredo – detta Chicca –
la seienne lasciata cadere dal terrazzo dal suo stupratore, un vicino di casa.
Il mostro non ha potuto sopportare la ribellione della bimba di fronte alla violenza, e non ha resistito all’impulso di ucciderla,
o forse lei si era opposta minacciando di denunciarlo, chissà.
L’orco l’ha gettata nel vuoto, ma Chicca non sapeva volare.

I magistrati inquirenti scoprono che potrebbe esserci un connessione tra la morte di Chicca e il tragico incidente occorso al figlio della compagna del presunto assassino.
Anche il bimbo perisce in modo sorprendentemente simile a quello di Chicca,
per il quale è indagata per omicidio la madre del piccolo.
Due eventi tragici dalle molte similitudini, consumati all’ombra di un condominio di edilizia popolare a Caivano.
Due bambini morti a distanza di un anno uno dall’altro.
Il nome del bimbo era Antonio Giglio.

Un nome e un cognome – Fortuna e Giglio – di buon auspicio:
nel primo caso suggerisce la buona stella,
nel secondo è il simbolo della purezza.
Invece il loro breve destino è stato davvero beffardo.

Sotto il tetto di quel palazzo si consumano violenze quotidiane sottaciute da tutti.
Molti sanno, ma nessuno parla.
Un mutismo ottuso, e colpevole.
Un silenzio squarciato dal grido di due bimbi lasciati cadere nel vuoto.
Un vuoto così vacuo e disperato che riempie di rassegnazione la vita di questi bambini.
Loro conoscono ciò che accade tra quelle mura:
chi viene abusato tace tanto quanto chi non lo è ancora stato, ma sa.

Quella violenza non sono in grado di riconoscerla come tale:
non gli è stato insegnato.
Cresciuti nella cultura dell’omertà, non denunciano:
non sono dei piccoli infami.
Gli adulti che li raccomandano di non aprire bocca – se non per dire che nulla sanno – sono la loro stessa carne.
Sono le donne di casa.
Sono le madri, le nonne o le zie.
Persone che dovrebbero proteggere e amare quest’infanzia,
ribellandosi a tale infamia.
Donne che dovrebbero smascherare gli stupratori,
ma spesso quegli orchi sono mariti, compagni, parenti stretti o vicini di casa,
e dinnanzi agli stupri chiudono gli occhi.
A volte succede che aprano la bocca solo per dire ai figli che ciò che stanno subendo prima o poi passerà, come se fosse un raffreddore.
Non trovano il coraggio di ammettere ciò che fingono di ignorare
perché troppo orribile da accettare,
rendendosi complici della distruzione psicologica di quegli innocenti,
che quasi certamente saranno adulti guasti al pari degli stessi che li hanno abusati.

Mi chiedo come sia possibile che una madre possa permettere un simile destino ai propri figli.
E non bisogna cadere nella tentazione di relegare queste situazioni agli ambienti più miserabili:
come ci insegna la sociologia, simili misfatti sono drammaticamente trasversali e diffusi più di quanto si possa immaginare.
La violenza non ha censo.

Quella di Caivano non è ovviamente la regola, ma è uno spunto paradossale per demistificare l’ipocrisia con la quale ci raccontiamo la famiglia.
Le mamme non sono esseri perfetti in quanto tali, come non lo sono né i padri né i figli.

Esistono degli stereotipi nei quali siamo indotti a credere, in cui proiettiamo i nostri desideri, ma che non rispecchiano la realtà:
la famiglia del Mulino Bianco non esiste al di fuori dello schermo televisivo, almeno io non ne conosco.
Tutte le famiglie attraversano controversie e momenti difficili, come è logico pensare.
Perché negarlo?

La famiglia non la si sceglie:
ci tocca quella che ha deciso la sorte ed è per sempre, perché comunque vadano le cose, è da lì che si è partiti.
Al suo interno può esistere l’amore, come anche il suo contrario:
non è un eden per definizione.

Qualche decennio fa Claudio Villa cantava la canzone
“Son tutte belle le mamme del mondo”.
A giudicare dalle racchie che circolano, non sarei così sicura.

Per quanto mi riguarda,
mi accontento di essere la mamma di un adorabile figlio peloso.

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8 MARZO 2016

 

GATTO E MIMOSA

Oggi è l’8 marzo, la Festa della Donna, e mi pongo una domanda:
ha ancora senso celebrare questa ricorrenza?

Diamine, siamo nel 2016, e si potrebbe pensare che sia superfluo soffermarci a riflettere sulla condizione femminile.
Ormai noi donne siamo un genere evoluto: abbiamo saputo ritagliarci gli spazi dentro i quali possiamo muoverci agevolmente.
Più arduo è abbattere i paletti che ancora delimitano quegli spazi;
ma via, ci si accontenta!

Perché rimuginare sulla palese disparità economica riservata a noi donne in campo professionale?
In fondo basta poco per accontentarsi:
faticare il doppio per ottenere la metà di ciò che a un uomo è dato per scontato,
rinunciare alla maternità – che è, naturalmente, un ostacolo alla carriera –
e infine ottenere guadagni inferiori alla media… e il gioco è fatto.

Oppure vogliamo interrogarci sul femminicidio?
Sempre le solite litanie che ascoltiamo da anni:
violenza domestica sottaciuta e accettata da donne passive,
che giustificano e perfino perdonano, sopportando fino alle estreme conseguenze.
Sarà mai che queste cose succedono anche per quello spirito da crocerossina che ci portiamo appresso come una coperta di Linus,
convinte di poter cambiare un uomo violento con la forza del nostro amore?

Oppure perché, rassegnandoci alle vessazioni, perdiamo autostima e ci convinciamo di meritarcela, quella violenza?
Vai a capire.

Dovremmo quindi ancora affrontare infinite discussioni sui diritti delle donne, come si faceva nelle assemblee degli anni settanta?
Siamo state paladine delle battaglie per il riconoscimento della parità con il movimento femminista, e oggi ci ritroviamo una “concorrenza leale”
dalle comunità lgbt per la rivendicazione dei diritti civili…
le seconde file che alzano la voce.

I dibattiti oggi avvengono in televisione,
e non è forse meglio lasciarli fare a quattro ciarlatani maschi (guarda caso),
che disquisiscono di come una donna debba usare il proprio utero?
Stanno davanti alle telecamere con la loro incrollabile sicumera,
sbraitando i loro punti di vista senza tentennamenti.

Mica come noi donne, che ci affliggiamo dentro a mille dubbi e tormenti, riflettendo su quanto sia difficile e straziante,
se non addirittura impossibile,
giungere a una conclusione su un tema così estremo.

Forse semplicemente perché non esiste un pensiero “giusto”?

Non per loro, per i quali una delle preoccupazioni sembra essere quella di sottrarre le donne ad uno sfruttamento aberrante:
che carini a crucciarsi.

Non sempre però hanno le idee chiare:
se da una parte condannano il cosiddetto “utero in affitto”,
non disdegnano la “vagina a noleggio”,
intravedendo in questo caso anche la possibilità di recuperare introiti per le casse dello Stato.
Mi pare una contraddizione, oppure qualcosa mi sfugge?

In fondo questi argomenti, se trattati da un punto di vista maschile,
hanno soluzioni più semplici;
senza tutti quei distinguo, sfumature o eccezioni che noi donne siamo solite sollevare (da vere rompiscatole).
Se permettiamo che siano gli uomini a farlo, non possiamo poi lamentarcene, no?

Come negare però le tante conquiste ottenute?
Molto è stato conseguito, con risultati di tutto rispetto.
Non vorremmo di certo stare lì a questionare sull’avanzamento
della condizione femminile,
che è comunque arretrata di un passo rispetto alla posizione maschile, vero?

Ci sarebbero molte altre domande sull’argomento,
ma tutte mi rimandano a quella iniziale:
ha ancora un valore l’8 marzo?
Io dico di sì.

E’ una data importante per noi donne per ragionare sulla nostra condizione,
ponendoci di fronte alle nostre esigenze di pari opportunità,
attenzione e rispetto,
senza per questo sentirci una categoria protetta come il panda in estinzione.

Eppure ho come la sensazione che l’anno prossimo mi ritroverò a pormi le stesse domande…
e io che pensavo di essere un’inguaribile ottimista!

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PER FARE BENE…

 

fare del bene

 

No, proprio non ci sto.
Non mi piace chi oggi critica la proposta della legge Cirinnà – in discussione al Senato in questi giorni – liquidando l’argomento come marginale rispetto alle problematiche gravi che il nostro Paese si trova ad affrontare.

Ritengo pericoloso relegare i diritti civili in secondo piano perché, al contrario, penso siano lo specchio della civiltà di un popolo.

Non nego che esistano molte emergenze serie – alcune anche gravi quali la crisi economica, la mancanza di lavoro, le guerre, il terrorismo e quant’altro –
ma questo non deve indurre a ritenere meno importanti le conquiste sociali, che sono battaglie combattute da minoranze che vivono sulla propria pelle pesanti discriminazioni.

Non bisogna dimenticare che i diritti vengono sempre conquistati grazie all’ostinazione di persone che non abdicano alla lotta per conseguirli.

Ogni epoca porta avanti i propri conflitti tra diffidenze e difficoltà: l’ostracismo al rinnovamento è sempre presente nelle maggioranze,
che patiscono le riforme del cambiamento sociale con colpevole ritardo.

Basterebbe pensare al suffragio femminile:
oggi è talmente ovvio da risultare persino banale, ma per conquistare questo diritto le donne hanno dovuto affrontare una caparbia opposizione per decenni, organizzandosi – già dall’Ottocento – in movimenti per rivendicare parità di condizioni.
In Italia ci siamo arrivati nel 1946.

Quando si parla di diritti civili, non bisognerebbe ragionare in termini di convenienza, ma di giustizia sociale.
Trovo aberrante negare a qualcuno ciò che è accessibile a molti.
Estendere un diritto non è lesivo nei confronti di chi quello stesso diritto ha la possibilità di esercitarlo, semmai restituisce pari opportunità a chi non può reclamarlo.
Per una società democratica mi sembra il minimo sindacale.
Un diritto non può essere considerato un privilegio, ed è stucchevole doverne ancora rimarcare la differenza.

Purtroppo per estendere i diritti è necessaria una maturità collettiva, e questo richiede tempo.

Solo una decina di anni fa, ad esempio, si cominciò a parlare di unioni civili, che all’epoca venivano definite Dico.
Furono archiviati nel giro di una stagione.
In Italia era probabilmente ancora prematuro, mentre oggi sono una condizione socialmente accettata persino dagli tutti gli schieramenti politici,
per i quali il vero contrasto sulla Cirinnà rimane la maternità surrogata e le conseguenti adozioni.

Se in questi giorni il Senato della Repubblica Italiana sta discutendo l’approvazione di una legge che disciplinerà le unioni civili, lo si deve a coloro che hanno avuto la determinazione per vedere riconosciuto questo diritto.

Anche se la convalida del decreto non mi coinvolgerà in prima persona, provo sincera gratitudine per la perseveranza di queste persone:
il loro impegno potrà concedere a tutti la dignità di avere pari condizioni.

Insomma, anche in tempi difficili come quelli attuali, io non ci sto a considerare i diritti civili un fattore trascurabile e non cederò al cinismo di rivendicare un diritto solo perché per me conveniente.

Non c’è un tempo adeguato,
perché per fare bene non è mai troppo presto né mai troppo tardi.

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IL RIORDINO

Qualchriordinoe settimana fa, incuriosita da una recensione letta da qualche parte,
ho acquistato il libro “Il magico potere del Riordino” di Marie Kondo,una giapponese che ha fatto di questa fissazione la sua vita.

La tesi del manuale è che nelle nostre abitazioni accumuliamo oggetti di ogni tipo – spesso inutili – col risultato di non riuscire a trovare una determinata cosa nel momento in cui è necessaria, o peggio, a dimenticarne l’esistenza.

Per risolvere la mania dell’accumulo,
la Kondo applica al riordino la Filosofia Zen,
sostenendo che trattasi di un atteggiamento che produce solo vantaggi:
svuotare gli ambienti favorisce non solo la fiducia in se stessi liberando la mente, ma anche il distacco dal passato e a dare valore a ciò che davvero è importante.
Insomma, il riordino mi sembrava la panacea di tutti i mali:
finalmente un manuale che avrebbe potuto regalarmi suggerimenti per ottenere spazio fisico e mentale, risolvendo il problema una volta per tutte.

Leggendo il libro non potevo che approvare alcuni consigli davvero validi,
quali eliminare gli abiti inutilizzati da troppo tempo, riordinare tutti i documenti importanti e riporli in uno spazio specifico per una fruizione agevole, oppure gettare carte accumulate negli anni ormai prive di utilità (ad esempio garanzie di elettrodomestici alienati, vecchi estratti conto bancari ecc.).

Altri suggerimenti mi hanno suscitato più di una perplessità.

Forse sono troppo occidentale per abbracciare “lo Zen e l’arte del riordino”,
ma salutare la mia casa ogni sera al mio rientro mi farebbe sentire vagamente ridicola quasi quanto svuotare completamente la borsetta ogni giorno,
in modo da “far riposare” gli oggetti in essa contenuti.

Non mi sono scoraggiata, apprestandomi con diligenza a mettere in pratica le teorie di Kondo, almeno quelle che ritenevo giuste per me.

Ho iniziato da vecchie riviste ormai inutili, locandine di spettacoli del secolo scorso e altre cianfrusaglie che non ho avuto difficoltà a inserire nel sacco della spazzatura.

Forte di questo ottimo inizio mi sono arrampicata sulla scala per prendere un paio di scatole dalla mensola, dimenticate lassù da qualche anno.

Le ho appoggiate a terra sedendomi sul tappeto, decidendo di suddividere in due mucchi separati gli oggetti: uno per le cose da conservare e l’altro per quelle da cestinare.

Cominciando a rovistare, mi sono resa subito conto che le cose da tenere erano superiori a ciò che potevo buttare senza rimpianto.
Oltre a ciò, il tempo che stavo impiegando per la selezione si dilatava a dismisura: vecchie lettere da rileggere, fotografie ingiallite da riguardare o cartoline speditemi da amici lontani.

Tutte cose che mi vibravano un ricordo.

Anche questo aspetto, secondo le teorie di Kondo, è un errore.
Per evitare l’effetto boomerang, il riordino va infatti compiuto in un lasso di tempo molto ristretto (uno o due giorni): una specie di “total reset” che libera definitivamente dal vizio dell’accumulo e poter ritrovare l’essenza di sé.
Se in tale operazione si impiega troppo tempo, o si pensa di farlo a più riprese, si tornerà inevitabilmente alle vecchie abitudini, vanificando il percorso.

In sintesi, il metodo sostiene che le cose accumulate nel tempo vengono dimenticate e di conseguenza inutilizzate, ed è quindi un bene necessario cestinarle senza tentennamenti, perché prive di importanza.

Marie ci spiega che nel selezionare le cose è opportuno evitare l’effetto nostalgia, cercando di capire se l’oggetto esaminato susciti davvero un’emozione.

Per me l’operazione non si è risolta con facilità, perché se è certamente vero che le vecchie fotografie non sono di uso quotidiano – e anzi le si riguarda davvero raramente – mi piace pensare ad un tempo futuro in cui potrò ritrovarle per far riecheggiare momenti passati.
Una cena, un viaggio, una persona scomparsa: tutte cose che saranno lontane nello spazio e nel tempo e che avranno contribuito a essere ciò che sarò diventata.

Secondo Marie questo non succederà.
Può darsi abbia ragione e che quelle scatole rimarranno chiuse per sempre, ma non voglio negarmi la possibilità di rivivere i miei ricordi riaprendole.

Non riuscirò a seguire i suggerimenti della fata giapponese:
quelle scatole contengono la mia vita, che in nessun caso sarò disposta a barattare per una mensola vuota.

Certamente potrò far tesoro di alcuni consigli di Kondo, scegliendo ad esempio tra gli scaffali i libri che hanno veramente importanza e regalare quelli trascurabili, tra i quali ho il vago sospetto finirà anche il suo manuale.

E pazienza se non sarò riuscita ad applicare la filosofia orientale alla mia vita.
Per essere Zen posso sempre concedermi il lusso di osservare il mio gatto,
che in questo è un maestro insuperabile, con buona pace di Marie Kondo.

 

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CIAO DUCA

 

Bowie

David Bowie è morto.
Questa mattina andavo un po’ di fretta e non avevo ancora dato un’occhiata ai social, quando mi ha raggiunto la notizia tramite un post su facebook di un amico che conosce la mia passione per il cantante.
Pensando a una delle solite bufale che circolano in rete, sono andata a controllare la notizia, che purtroppo si è rivelata veritiera.

Brividi e angoscia – forse un po’ insensata – ma tangibile e surreale.

Non ero a conoscenza della sua malattia, e avevo accolto come una buona notizia per il 2016 la pubblicazione del suo nuovo lavoro BlackStar, uscito l’8 gennaio, data del suo sessantanovesimo compleanno.

Come un fulmine a ciel sereno la sua scomparsa mi ha così colpito da creare un corto circuito nella memoria, riportandomi alla copertina del suo disco Alladin Sane.
Lui, meraviglioso, a torso nudo e occhi chiusi, con il volto truccato da una folgore, quella stessa che ha squarciato la mia adolescenza, influenzando i miei gusti musicali per sempre.

Ricordo che per una festa di Carnevale di molti anni fa cercai di imitarla sul mio viso, facendomi sentire speciale.

Indimenticabile anche l’ormai lontano 27 maggio 1983, quando andai con un gruppo di amici a Frejus per vedere il suo concerto, di cui ancora custodisco il biglietto come una reliquia.

Ho consumato il nastro del disco Stage a furia di ascoltarlo ininterrottamente per molto tempo, quando la musica non era ancora diventata un prodotto commerciale, ma era un puro atto artistico.

Ho ancora il ricordo dei suoi long-playing sul piatto che girava, mentre la puntina gracchiava un po’ e quel suono sporco mi sembrava il più bello possibile.

Sono sempre stata affascinata dalla personalità eclettica di David, che ha continuato a cercare nuovi linguaggi, fino all’ultimo disco-testamento.

Insomma, in un attimo mi sono ritrovata a ripercorrere la carriera incredibile di questo artista sempre diverso eppure fedele a se stesso.

Un trasformista – meritandosi l’appellativo di Zelig della Musica – che ha caratterizzato con innata eleganza mezzo secolo, cavalcando i decenni e spesso anticipandone le tendenze.

Verso la fine degli anni Sessanta, agli albori della carriera, David incontra Lindsay Kemp che gli insegnerà il teatro, consentendogli di accedere ad un mondo che ben saprà sfruttare nelle sue celebri personificazioni successive e nella sua carriera di attore.

Nella decade successiva concepisce Ziggy Stardust, inventandosi il glam-rock e personificando il paradigma dell’ambiguità sessuale quando ancora non era una moda.
Si trasferisce poi negli States, dove frequenta la Factory di Warhol e gli artisti che gravitavano in quell’ambiente, lasciandosi andare a più di un eccesso.

Alla fine del decennio si sposta a Berlino, cominciando a collaborare con Brian Eno.
Si libera dalle dipendenze, risorgendo in un nuovo e magnifico volto: White Duke.
Sforna altri dischi, tra cui Heroes  – forse il suo più incisivo – influenzando l’embrione della musica new-wave che imperverserà negli anni a venire e per tutti gli anni Ottanta.

Ma non si ferma qui, perché cambia ancora e, con Let’s Dance,  raggiungerà il più grande successo commerciale della sua carriera, mutando la sua musica in una dance molto raffinata, che lascerà anche stavolta il segno.
Partecipa anche come attore a molti film, alcuni di largo successo.

Infine gli anni recenti, più pacati, ma comunque ancora sperimentali: forte di una solida carriera, si concede la libertà di esplorare percorsi alternativi lontani dai grandi successi planetari, ma gratificanti per la sua ricerca artistica.

David Bowie è morto, e non ci posso ancora credere.

E’ una di quelle cose che fatalmente succede, eppure è difficile da accettare.
Un uomo intelligente, in grado di fare della sua vita un’iperbole artistica, che solo i grandi riescono a percorrere.

La sua musica poteva non piacere, ma David è stato e sarà indiscutibilmente un’icona: ha attraversato cinquant’anni di storia – e quindi anche tutta la mia vita – sempre con un vero valore aggiunto.

Perché se un cantante può raggiungere il successo con un colpo di fortuna, solo un vero artista è in grado di conservarlo con il talento.
Oggi il mondo ha perso David, ma Lui continuerà a suggerirmi che si può essere eroi, anche solo per un giorno.

Ciao Duca, mi mancherai.

 

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