SPIACEVOLI INCONTRI

s.vito

C’era una volta una ferrovia che costeggiava l’Adriatico, dividendo il litorale dall’entroterra con una fenditura che sembrava una ferita d’acciaio.
In Abruzzo non c’é più, sostituita da una nuova linea ferroviaria più moderna, che attraversa la regione in gallerie e pianori.
Nel tratto di San Vito Chietino i vecchi binari sono stati trasformati in una strada pedonale panoramica, con quei sassi tipici delle ferrovie, irregolari e aguzzi.
Nel mio soggiorno abruzzese ho percorso quel sentiero ogni giorno.
Dalla piccola spiaggia di sassi levigati dal mare mi avviavo con lentezza attraverso la viuzza per raggiungere un bar appena distante, per il mio caffè pomeridiano.
Nel percorrere il sentiero, a tratti ombroso, mi godevo una lussureggiante e verdissima macchia mediterranea, in contrasto al cielo senza nuvole e il blu del mare.
Il vocio dei bagnanti mi raggiungeva smorzato dalla barriera di canne, mosse da una leggera brezza.
I passi erano scanditi dall’incessante frinire delle cicale, che sembrava accompagnare il mio procedere.
A metà percorso mi investiva l’inconfondibile odore di un albero di fico, un profumo d’estate ideale per quel tratto finale della passeggiata e per i miei svagati pensieri.
Era un momento intimo, una pausa dallo sciabordio delle onde, dalla luce e dal caldo.
Arrivata a destinazione, prendevo posto in uno dei tavolini all’ombra e consumavo con calma il mio espresso, sempre accompagnato da un bicchiere di acqua fresca offerto dal barista, un ragazzo che, con il passare dei giorni, aveva imparato a riconoscermi e a servirmi la consumazione senza che gliela dovessi chiedere.

In uno di quei bei giorni di vacanza stavo percorrendo il tragitto per tornare in spiaggia; come al solito camminavo con lentezza e soddisfazione quando, arrivata a metà percorso, ho visto – ancora distante da me – un uomo in piedi vicino a una motoretta, ma rivolto dalla mia parte.
Subito mi catturò il suo movimento ritmico, come se fosse rimasto in panne e stesse manovrando per riuscire a ripartire; ma i miei occhi non sono più quelli di una volta, così dovetti insistere con lo sguardo, accorgendomi invece che il tipo si stava masturbando.
Ebbi un attimo di esitazione, e mi voltai indietro per capire se stesse arrivando qualcuno.
Non c’era anima viva: eravamo soli, io e lo stronzo.

Procedetti comunque senza aumentare la mia andatura e, come se non esistesse, lo superai senza degnarlo di uno sguardo.
Mentre gli passavo accanto, sul lato opposto della strada, abbassai però leggermente il capo, sentendomi trafitta dai suoi occhi e dalla sua lascivia.
Ammetto che il comportamento di quel pervertito mi aveva colta di sorpresa, così feci l’unica cosa che mi sembrava giusto fare in quel momento: sfoggiare una totale noncuranza.
Non tradii alcun turbamento – che al contrario provavo – privando il povero onanista dell’eccitazione che avrebbe probabilmente voluto procurarsi attraverso un mio disagio.
E’ risaputo infatti che certi molestatori traggano soddisfazione proprio dall’imbarazzo provocato nelle donne o, peggio ancora, dalla loro paura.

Arrivata in spiaggia, mi sedetti sulla sdraio e raccontai l’accaduto a mio marito.
Più parlavo e più mi montava una rabbia aspra e cattiva.
Decidemmo di ritornare sui miei passi per affrontarlo, ma non lo trovammo, e forse fu un bene.

Tornammo in spiaggia, ma non riuscivo a distogliere il pensiero dall’accaduto; al mio posto avrebbe potuto esserci una ragazzina o una persona più indifesa di me.
Maledissi quel porco (con tutto il rispetto per i maiali), e la mia collera mi faceva fantasticare sul come avrei potuto avvicinarlo durante la sua squallida esibizione, per deriderlo e sfotterlo per la sua dubbia virilità.
Oppure avrei anche potuto prenderlo a sassate per farlo desistere (ebbene sì, l’ho pensato, ma ero veramente arrabbiata per essere anche lucida).

Nei giorni successivi non mi scoraggiai dalla probabilità di rincontrarlo, e rifeci lo stesso percorso sempre da sola, rifiutando l’invito di mio marito che si era offerto di accompagnarmi.
Non potevo permettere che un imbecille mi privasse di un piccolo piacere: non gliela avrei data vinta.

A ripensarci adesso recrimino solo di aver abbassato la testa – seppure impercettibilmente – come se fossi stata io quella che avrebbe dovuto vergognarsi e non il contrario.
Invece avrei dovuto avanzare a testa alta, con fierezza.
Eppure credo che perfino questo dettaglio sia sfuggito all’omuncolo in questione, in quanto troppo occupato nella sua perversa manovra.

Oggi mi rammarico di quel mio gesto istintivo, che nella sua apparente insignificanza mi ha rivelato quanto sia ancora arduo per noi donne estirpare il veleno dei condizionamenti educativi e sociali, e ho come il sospetto che non si troverà tanto presto un antidoto a questa stramaledetta tossina.

Però mi sono fatta una promessa: se dovessi trovarmi ancora di fronte un segaiolo, l’ultima cosa che farò sarà abbassare la testa.

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Informazioni su ottobiscotto

Nasco a Milano, città in cui vivo. Ho la presunzione di essere simpatica, lasciandomi anche la libertà di non esserlo. Quando ho qualcosa da dire la scrivo, ma non sempre. Mi piace fotografare la vita con le immagini e con le parole.
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2 risposte a SPIACEVOLI INCONTRI

  1. galassi manuela ha detto:

    Come dici tu stessa: un povero onanista, E non penso che tu abbia abbassato la testa per vergogna, ma per quel sano disagio originato da un sentimento, ormai poco praticato, ma che ancora contraddistingue le persone che hanno rispetto per se stesse e per gli altri: il pudore.

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