LA TAZZINA DI CAFFE’

tazzina di caffè
Alcune settimane fa mi capitò un episodio a cui ripenso ancora, segno che qualche perplessità mi è rimasta addosso.

Avevo fissato un appuntamento con un cliente per il lunedì successivo, alle nove della mattina in pieno centro.
Già dalla domenica sera percepivo una leggera ansia perché non volevo arrivare tardi e, a maggior ragione, per l’inconsueto luogo dove si sarebbe dovuto svolgere.
Il signore che avrei dovuto incontrare aveva infatti suggerito il rendez-vous presso i tavolini di un bar in Corso Italia, anziché il solito appuntamento presso il suo ufficio; ora lavora fuori Milano, e questo trasferimento – rafforzato anche dal pretesto di un suo successivo appuntamento proprio in zona – giustificava l’inconsueta liturgia.
D’altronde quella sarebbe stata l’unica opzione che la sua agenda gli consentiva: prendere o lasciare.

Così mi trovai nella condizione di non poter rifiutare, ma ancora adesso ho la netta sensazione che alla fine non avesse voglia di complicarsi troppo la vita.

L’incontro non ci avrebbe preso troppo tempo, ma la scelta di campo non mi parve comunque la più idonea per un appuntamento di lavoro, non tanto per il luogo in sé, ma piuttosto perché il cliente è uno di quelli ostici: per raggiungere un rapporto di minima cordialità ho impiegato anni, riuscendo con fatica a limare la sua ruvidezza di carattere, conseguente  probabilmente a una certa timidezza di fondo tradita da uno sguardo sempre sfuggente.

L’espediente che mi permise a suo tempo di fare breccia nella sua impenetrabilità fu parlare di running.
Non ricordo come ci arrivammo, ma è stato l’unico argomento che sia riuscito a creare con lui un’impercettibile empatia, condizione che ritengo indispensabile per il mio lavoro.

Quindi il bar pensavo non fosse il luogo idoneo né per ciò di cui avremmo dovuto discutere, né tantomeno per avere un’interazione accettabile, ma non ebbi scelta.

Arrivai puntualissima e lo trovai ad aspettarmi lì davanti come una vedetta, mentre il mio disagio si acuiva.
Entrammo.
A Milano è impossibile sedersi ad un tavolino di un bar senza ordinare, ma nonostante non ne avessi voglia, mi costrinsi a bere un caffè, così come lui.

Per fortuna le cose andarono per il verso giusto: in una decina di minuti riuscimmo a consumare la bevanda, chiudere la trattativa e persino accennare qualche battuta sul running.
Finito il nostro colloquio e, prima di congedarci, ci alzammo per recarci alla cassa.
Nel breve tragitto lo anticipai di un passo, chiedendogli il permesso di offrire il caffè.

Confesso: lo feci più per un riflesso incondizionato che per convinzione, ma mi sarei aspettata un netto rifiuto.

Quello, al contrario, come se non aspettasse altro, acconsentì al volo;
mi strinse la mano ringraziandomi per “la squisita disponibilità” e scomparve in un secondo, lasciandomi in piedi presso la cassa come un’ebete.

Rimasi per un secondo immobile, con le mani inerti sulla borsetta e uno sguardo interdetto, mentre il cassiere cominciava a spazientirsi, perché in questa città siamo sempre di corsa ed è buon uso non stare in fila più di quanto non sia necessario.
Pagai e uscii dal locale, ripensando al comportamento del tizio.

Sarà che sono abituata a Pakoloco (mio marito).
Lui non si farebbe pagare da una donna neppure un bicchiere d’acqua;
e non si pensi che il suo sia un atteggiamento machista, perché è semplicemente innata gentilezza.

Per mia fortuna non mi manca l’euro per un caffè, e spesso mi capita di offrirne con enorme piacere (anche a degli uomini), ma la sgradevolezza del gesto e la noncuranza del mio cliente mi hanno davvero colpito: neppure il minimo accenno a contraccambiare la cortesia, come se fosse scontato, dovuto.

Ribadisco: con questo uomo non vi è né confidenza né particolare empatia e, in fondo, mi sta anche un po’ antipatico.

Poi ho pensato a due cose.

La prima è che il tipo in questione sia più femminista di me e abbia trovato del tutto naturale farsi pagare un caffè, nonostante gli avessi fatto un evidente favore recandomi da lui.
L’altra ipotesi è che sia un gran maleducato.

Oppure c’è una terza giustificazione.

Come disse quella sagoma di Igor nel cult-movie Frankenstein Junior: “Potrebbe essere peggio”.
Vero: potrebbe essere tirchio!

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Informazioni su ottobiscotto

Nasco a Milano, città in cui vivo. Ho la presunzione di essere simpatica, lasciandomi anche la libertà di non esserlo. Quando ho qualcosa da dire la scrivo, ma non sempre. Mi piace fotografare la vita con le immagini e con le parole.
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2 risposte a LA TAZZINA DI CAFFE’

  1. nicochillemi ha detto:

    Ahahah bellissimo il modo in cui l’hai raccontato 👍🏻😊

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