LA PAZZA DELLA PORTA ACCANTO

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“Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra.
Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio
non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”.
Alda Merini
Al Teatro Menotti è andata in scena la rappresentazione della pièce teatrale “La pazza della porta accanto”, riduzione del libro di Alda Merini, a opera di Claudio Fava, per la regia di Alessandro Gassmann, ove si racconta la vita della poetessa nel periodo del suo ricovero in manicomio.Con mio marito decidiamo di andare presso il teatro alla spicciolata, sfidando la fortuna, il freddo e la pigrizia di una grigia domenica di gennaio.
La buona sorte ci assiste e riusciamo a trovare i biglietti.

Seduta in sala, sono consapevole che lo spettacolo avrà un certo tipo di impatto emotivo e questa coscienza la percepisco collettiva.

Mi viene suggerita dalla tensione che creano le luci gelide, funzionali a sottolineare una scenografia di fredde pareti grigie e sbarre metalliche,
dallo schermo quasi impercettibile antistante il palco,
che proietta oniriche immagini davanti alla scena:
un velo quasi invisibile dagli effetti oleografici,
che separa gli spettatori da ciò che viene raccontato,
creando una distanza fisica labile, ma presente.
I matti sono loro, oltre quel velo di pregiudizio.

C’è silenzio nella sala, un silenzio teso e oscuro.
Muti e seduti, noi spettatori assistiamo al divenire del racconto con partecipazione angosciata.

Le attrici sul palco interpretano il ruolo delle internate:
ognuna descrive la propria nevrosi con una recitazione volutamente stereotipata ma arginata, così definita per fare da contrappunto a quella della protagonista – la brava Anna Foglietta – che, al contrario, recita senza inutili eccessi, descrivendo con intensità il tormento, il dolore, il disperato bisogno d’amore e di libertà di Alda.

Questo doppio registro interpretativo viene rimarcato anche dalla recitazione dell’uomo di cui Alda si innamora, ricambiata.
Il personaggio è volutamente distorto, descritto come una tragica macchietta: compromesso dalla sua malattia, rassegnato e talmente sconfitto che anche l’amore di e per Alda non riuscirà a sollevarlo dalla propria follia.

La narrazione prosegue, ma c’è un particolare ad attrarmi irresistibilmente:
il ventre gonfio di una compagna di manicomio di Alda.

Nonostante lo scorrere del tempo, mentre la trama si dipana,
quel grembo rimane sempre prominente, come a sfidare le leggi della natura.
Suggerisce un’attesa infinita, un divenire perpetuo e sempre uguale a se stesso, inesorabile nella sua irresolutezza.

Si arriva all’epilogo, e con esso la libertà dei malati, che grazie alla Legge Basaglia, possono riconquistare la libertà.

Niente più elettroshock, docce gelate, sbarre e cinture di contenzione.
Basta alla sofferenza coatta.

Ed ecco alzarsi quel sipario velato, che squarcia una nuova realtà,
inondando le donne malate – uniche presenze sul palco – da una luce calda, accogliente.

Le internate sono finalmente libere:
sembrano confuse e felici di una gaiezza bambina.

Senza parole la donna pregna alza le vesti e sottrae dalla sua pancia gravida un palloncino: è verde, verde come la speranza, come una promessa lieve.
Una camera d’aria che si libra in alto fino a scomparire, portando con sé lo sguardo delle donne e di noi spettatori, imbrigliando i miei di commozione.

Quel che davvero mi rimarrà addosso dello spettacolo è quel palloncino verde che lentamente sale, perché quel piccolo volo è una vera poesia.

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Informazioni su ottobiscotto

Nasco a Milano, città in cui vivo. Ho la presunzione di essere simpatica, lasciandomi anche la libertà di non esserlo. Quando ho qualcosa da dire la scrivo, ma non sempre. Mi piace fotografare la vita con le immagini e con le parole.
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