TIZIANA E LA SUA SCIARPA

 

sciarpa

Chissà, forse quando l’hai vista nella vetrina del negozio, hai avuto immediatamente l’impulso di acquistarla.
Bella e colorata, avrebbe sicuramente fatto risaltare ancora di più i tuoi occhi, già così luminosi.

Quella sciarpa la immagino come un filo conduttore, che incomincia da quella vetrina e finisce sul web.

Ti figuro avvolta nella sua morbidezza, accarezzata dal suo tepore confortante: sicura di te, spigliata, bella, giovane e disinibita.

Ipotizzo che la sfoggiassi anche quando ti preparavi per incontrare gli uomini con cui facevi sesso e ai quali hai concesso di filmarti durante quei rapporti, offrendogli la possibilità di utilizzare quelle immagini a loro piacimento.
Lo hai fatto senza riflettere, perché probabilmente in quegli attimi eri coinvolta in un gioco che pensavi sarebbe rimasto privato, o quantomeno circoscritto.
Un peccato di vanità, una superficialità imperdonabile.

Da quel momento hai legato la sciarpa al collo un po’ più stretta, inconsapevole delle conseguenze.

Poi è iniziato l’incubo: hanno cominciato a circolare i video sul web e in molti si sono sentiti autorizzati a giudicarti, ferirti e umiliarti.
Lo hanno fatto uomini e donne, e queste ultime con particolare accanimento, denigrandoti con asprezza e condannandoti senza neppure conoscerti.

Ti ho immaginata intenta a coprirti il volto con la sciarpa per celare la tua vergogna, per attenuare il rumore incessante dei commenti lasciati in rete da cybernauti sputasentenze, senza riuscirci.

Hai tentato in tutti i modi di bloccare quell’assillante chiacchiericcio che ti riguardava, che invece ha continuato a montare fino a diventare un rombo assordante.
Per quanto ti impegnassi nel contrastarlo, quell’eco ti seguiva ovunque, con ostinazione e cattiveria, in una persecuzione perpetua.
Era come se quel pezzo di stoffa fosse diventato un serpente che, attorcigliando le sue spire intorno alla gola, ti facesse mancare il respiro.

Devi aver pensato che per annullare quella sofferenza che ti aveva già rubato tutto – divorandoti – ci fosse solo una strada possibile.
E così hai deciso: hai attaccato quella sciarpa a un gancio e ti sei impiccata.
Fine dell’agonia.

Sarebbe stato bello se quella sciarpa, anziché essere strumento di morte, avesse avuto il potere di coprire gli occhi a coloro che quei video li hanno guardati, impedendogli di lasciare commenti, lanciati nell’etere con la stessa superficialità con cui tu avevi permesso di registrarli.
O se fosse riuscita a impedire a chi, ancora oggi, li fa circolare nonostante il divieto, corredandoli perfino di spot pubblicitari, sfruttando in modo ripugnante la tua sventatezza e la tua morte.

Mi sarebbe piaciuto che avesse potuto legare le mani a coloro che hanno applaudito ai tuoi funerali ma che quasi certamente – e sarei pronta a scommetterci – hanno visto quei filmati, per poi commentarli con giudizi volgari e grasse risate con qualche amico.

Sarebbe giusto se quella stola potesse diventare invece un velo pietoso,
per coprire chi ne ha contribuito la diffusione, chi ne ha riso, chi ha giudicato senza essere giudice.

Dovrebbe celare persino l’ipocrisia di chi prima ha dato un’occhiata a quei video, contribuendo così alla loro diffusione virale sul web, e poi si è sentito autorizzato a puntare il dito sui cyber-bulli criticandoli.

La tua storia, Cara Tiziana, è davvero molto triste, e se c’è una cosa che mi ha insegnato è che è necessario prestare molta attenzione a ciò che si pubblica sul web, soppesandone le eventuali conseguenze.

Perché se è inevitabile che “un post è per sempre” –  parafrasando una famosa pubblicità – a questo punto è meglio che lo sia un diamante.

Ciao Tiziana, spero che tu possa riposare in pace.

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Informazioni su ottobiscotto

Nasco a Milano, città in cui vivo. Ho la presunzione di essere simpatica, lasciandomi anche la libertà di non esserlo. Quando ho qualcosa da dire la scrivo, ma non sempre. Mi piace fotografare la vita con le immagini e con le parole.
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