GRAZIE ROBERTO!

 

open-dance-2019-final-show-620x298Da una manciata di ore si è spenta l’eco della musica in Piazza Duomo a Milano, dove ho avuto il piacere di assistere al Final Show di OnDance, la kermesse di danza ideata da Roberto Bolle.

E’ stata una settimana di eventi danzanti diffusi in città, allocati in siti importanti come le Colonne di San Lorenzo e la Galleria Vittorio Emanuele – oltre che al più ovvio Teatro degli Arcimboldi – ma anche in luoghi più periferici e spesso dimenticati, come Piazza delle Donne Partigiane alla Barona o l’Anfiteatro della Martesana in zona Viale Padova.
Altissima la partecipazione dei milanesi – di ogni età e di ogni etnia – che hanno provato a cimentarsi con tango, liscio, swing, street dance e quant’altro: una vera contaminazione di generi, luoghi e persone.

Eccoci dunque alla serata conclusiva, dove si mantiene la stessa impronta, con un’alternanza di danza e di musica.

Nella splendida cornice di Piazza Duomo si inizia con un balletto di Roberto e due ballerini della Scala, sulle note del sempre coinvolgente Canone in D di Pachelbel.
Si prosegue con una perfetta scansione delle altre performance: i passi a due con Melissa Hamilton (Royal Ballet), le canzoni con il bravo Roberto Vecchioni; e ancora, l’emozionata Serena Rossi, interprete di una travolgente “Almeno tu nell’universo” (da brividi), e la sorpresa della trap di Mahmood, reduce del secondo posto all’Eurovision Song Contest…e tanto altro ancora.

L’apoteosi della serata è stato lo strepitoso “Dorian Gray” – balletto coreografato da Massimiliano Volpini e accompagnato dal violino di Alessandro Quarta – che ha regalato a Roberto una meritatissima standing ovation.

Il tempo corre, e si è arrivati alla fine un po’ troppo lunghi per poter andare oltre il tassativo orario imposto alle manifestazioni in Piazza Duomo.
Il nostro Roberto esce sul palco e ringrazia il pubblico, gli sponsor e la macchina organizzativa; ma soprattutto, con una palpabile emozione nella voce, ringrazia Milano, la città che l’ha accolto bambino.
Lo ha fatto diventare un uomo, trasformandolo in una stella mondiale della danza, percorrendo una strada fatta da una parte di sacrifici, impegno e disciplina, dall’altra di grandi e indimenticabili successi.

Il suo riconoscimento per Milano è tutto in OnDance: il riassunto di un immenso artista capace di restituire la danza a tutti, rendendola popolare.
Grazie Roberto per questa settimana e per questa meravigliosa serata, dove ci hai fatto dono di tanta arte e tanta bellezza.
Sotto la Madonnina se ne sentiva proprio il bisogno.

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IN UN MONDO PERFETTO

styleIn un mondo perfetto oggi starei seduta al tavolino di un bar del mio quartiere a sorseggiare un caffè, con le spalle riscaldate dal sole, leggendo tutta d’un fiato la rivista Style del Corriere della Sera, interamente dedicata a Milano, la mia amatissima città; un po’ come quei bohemien parigini che sembrano non avere niente di meglio da fare nella loro vita.

In un mondo perfetto, dicevo, potrei sfogliarne le pagine in totale relax, gustandomi gli articoli sui quartieri emergenti pieni di fermento, o quelli sulle mostre in programma, sulle innumerevoli proposte culturali, sul design, sul cibo o sull’ architettura; e infine leggerei con calma una bella intervista di Stefano Accorsi al Sindaco Beppe Sala. 

Quando si candidò alla carica di Primo Cittadino, lo votai con poca convinzione, mentre oggi lo farei al riparo da ogni incertezza. 

Mi piace, Sala: è un uomo pragmatico e pronto all’ascolto; quello che apprezzo di lui  è il suo “metterci la faccia”. Se sposa una causa la persegue con convinzione, difendendola con autorevole coerenza. In lui percepisco un’autentica volontà di far bene per tutti i cittadini, nel rispetto profondo dell’identità meneghina, obbligata a scendere a patti con una realtà globale molto complessa.

In un mondo perfetto un politico così me lo immaginerei, ad esempio, al Ministero degli Interni, dove servono competenza, concretezza e credibilità; una persona abituata al confronto con la realtà, protesa a risolvere problemi anziché crearne di nuovi; un ministro che si preoccupi della rassicurazione dei cittadini, senza usarli invece per fini elettorali o propagandistici.

Il mondo però è talmente difettoso che ho avuto giusto il tempo – a casa – di leggere l’intervista a Sala, col risultato di fare tardi al lavoro;  il caffè l’ho bevuto alla macchinetta in ufficio, in totale assenza di qualsiasi velleità da bohemien, mentre  il cielo di oggi è così plumbeo che abbiamo perfino tutte le luci accese. 

Se da una parte Beppe Sala farà ancora il sindaco – spero ancora a lungo – dall’altra l’attuale Ministro degli Interni rimarrà a selfare con il kalashnikov in mano in puerili post su twitter, ma mi auguro per un minor arco di tempo.

In un mondo perfetto questo è un articolo che non avrei mai scritto.

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FAMIGLIA E DINTORNI

Ormai ci siamo quasi: il prossimo fine settimana si terrà a Verona il XIII Congresso delle Famiglie (29-31 Marzo 2019), un evento per discutere e promuovere azioni concrete a sostegno della famiglia, organizzato per la prima volta in Italia dall’ International Organization for the Family, una lobby americana supportata da attivisti pro-life antiabortisti, contrari alle coppie gay e all’emancipazione femminile.

I temi che verranno affrontati saranno:

  • – la bellezza del matrimonio
  • – i diritti dei bambini
  • – l’ecologia umana integrale
  • – la donna nella storia e la sua salute e dignità
  • – la crescita e crisi demografica
  • – tutela giuridica della vita e della famiglia
  • – le politiche aziendali familiari e natalità

Questi argomenti così declinati mi fanno subodorare un olezzo non propriamente gradevole, ma perché io possa capire senza aprioristici preconcetti, è necessario che approfondisca.

Dal web vengo a scoprire che le associazioni aderenti al congresso sono esplicitamente antiabortiste, contro i diritti LGBT e si pongono come obiettivo quello di “unire e far collaborare leader, organizzazioni e famiglie per affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società”.

Scopro che interverranno personalità  internazionali di spicco; tra le molte mi hanno colpito il russo Dmitri Smirnov (membro apicale della Chiesa ortodossa russa) che definisce le donne che abortiscono “assassine” e l’ugandese Lucy Akello (ministra per lo sviluppo sociale) che ha presentato una legge in parlamento contro le coppie omosessuali, prevedendo addirittura la possibilità della pena di morte.

Se il primo considera le donne pro-aborto delle “cannibali omicide”, la seconda vorrebbe “ammazzare i gay”.

Mi sfugge quale sia la comunità di intenti, perché a mio parere è una contraddizione in termini.

Anche alcuni politici nostrani hanno dato la propria disponibilità a partecipare al convegno. 

A tale proposito costoro dovrebbero specificare se interverranno in qualità di cittadini o come rappresentanti delle istituzioni, perché nel secondo caso sosterrebbero le tesi portate avanti dal congresso, ponendo di fatto in discussione diritti già acquisiti dopo lunghe lotte per ottenerli.

Non sfugge il macroscopico particolare che molti di loro abbiano una situazione familiare poco stabile (secondo il loro metro di paragone): divorziati o separati, con figli di primo e secondo letto o fuori dal matrimonio, e non mi stupirei di venire a conoscenza di qualche gay mascherato da etero convinto.

Sono persone che hanno il giusto diritto di avere il proprio pensiero, ma non l’impudenza di considerarsi unici detentori della verità e volerla imporre a tutti; dei giudici ipocriti pronti a puntare il dito contro le donne, le famiglie di ogni specie, gli omosessuali, confondendo la religione con il diritto.

Non riesco a capire se questa gente sia più ottusa o completamente scollata dalla realtà.

Ma cosa intendono per “famiglia naturale”?

Forse un padre maschio, una madre femmina che insieme procreino dei figli (perché per loro i bambini hanno il diritto di avere una mamma e un papà).

Tutto il resto non c’è.

Che esistano famiglie di vario genere non è un’opinione, è un fatto: famiglie con figli adottivi o affidati, con genitori sterili che ricorrono alla fecondazione assistita, composte da mamme o padri single, omo-genitoriali, persino nuclei formati da vedovi con prole.

Famiglie che sono la realtà e tutte hanno pari dignità.

Donne che devono essere rispettate per le loro scelte senza subire un giudizio morale.

Estendere un diritto non è lesivo nei confronti di chi quello stesso diritto ha la possibilità di esercitarlo, semmai restituisce pari opportunità a chi non può reclamarlo.

Doverlo ribadire a piè spinto ogni volta è scoraggiante, ma non potrò mai smettere di farlo: ne va della mia dignità di donna e di cittadina.

Ed è una dignità che non dovrebbe essere solo la mia.

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MALALA E LE ALTRE

malala_yousafzai_free_0“Non mi importa di dovermi sedere sul pavimento a scuola. Tutto ciò che voglio è istruzione. I libri e le penne sono gli strumenti più potenti. E non ho paura di nessuno”.
 
Parole forti, che lasciano trasparire la determinazione di Malala Yousafzai.
Donna, pakistana, pelle scura, capo velato, tratti del volto marcati: tutte premesse che non devono averla aiutata granché a emergere (men che meno nel suo Paese), ma grazie alla forte personalità e alle sue convinzioni è diventata un’attivista mondiale a favore non solo del diritto all’istruzione – soprattutto delle bambine – ma anche per i diritti civili, fino a vincere nel 2014 il premio Nobel per la Pace.
No, dico, il premio Nobel.
Ne scrivo, non a caso, a ridosso dell’Otto Marzo, anche se quest’anno immaginavo di non pubblicare l’ennesimo articolo sull’argomento Festa della Donna, e invece…
Una giovane donna, Malala, capace di ribaltare un destino per lei già scritto, fatto di ignoranza e sottomissione a cui però si è ribellata, rivendicando il diritto allo studio come arma di libertà.
Come non essere d’accordo?
La cronaca recente ci informa di continue violenze a cui le donne vengono sottoposte: abusate da branchi di uomini spregiudicati, uccise da compagni gelosi e sprezzanti della dignità femminile, perché probabilmente incapaci di sopportarne l’emancipazione, nonché umiliate sul lavoro, e persino sbeffeggiate sui social.
Come se non bastasse, anche la politica sembrerebbe oggi rimettere in discussione alcuni diritti delle donne, diritti faticosamente conquistati dalle femministe nel nostro passato recente. Un nuovo tentativo di negare alle donne il diritto all’autodeterminazione, al fine di relegarle a figura comprimaria?
Mentre sono sempre gli uomini a voler abolire i diritti femminili, è però insopportabile registrare l’appoggio  complice di alcune donne (per fortuna non così numerose) che si sentono quasi protette da questo rigurgito misogino in atto.
 
Non si informano, non si interessano, restano passive. Non si rendono conto dei sacrifici e delle lotte avvenute per arrivare all’emancipazione femminile: fosse per loro potremmo tornare indietro in una sorta di Medio Evo, come in un assurdo gioco dell’oca.
Non è accettabile, non nel 2019.
Senza istruzione e senza cultura è difficile avere consapevolezza: questo ci sta dicendo Malala.
Ribadirlo è importante ancora oggi, purtroppo, e per le donne lo è ancora di più.
La conoscenza genera cognizione, competenza, capacità di astrazione.
Procura gli strumenti atti a formulare le proprie idee e a perseguirle, insegna il rispetto delle differenze.
Il sapere ci rende quindi migliori?
Credo di sì.
E anche se così non fosse, di certo male non farà.
Auguri Donne.
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IL LETTORE DI DANTE

dante

 

Chi mi legge – e chi ha buona memoria – dovrebbe ricordare che il mio amico Alberto Cristofori è stato l’inventore di “Milano per Dante”, l’evento svoltosi nel 2015 quando, in una grigia giornata autunnale, 100 voci declamarono i 100 canti della Divina Commedia.

Fui una di quelle voci, e ne conservo un ricordo vivido, emozionante.

Oggi Alberto rilancia un nuovo progetto: “Il Lettore di Dante”.

Cosa sarà, dunque, questa nuova avventura?
Il mio amico ha avuto l’idea di leggere integralmente e in pubblico – ogni quindici giorni – la Divina Commedia; lo farà, gratuitamente (scusate se è poco), presso la Libreria “Tempo Ritrovato” a Milano.
Comincerà il prossimo 5 febbraio per concludere nel 2021, anno in cui cadrà il settecentesimo anniversario della morte di Dante, e questo non a caso.
Ditemi voi se non è matto.

E’ però un programma che mi intriga, non solo perché è una “nobile follia”, ma anche perché ritengo sia necessario nutrirsi di cultura e di bellezza; se questo è valido sempre, in questo momento storico penso sia indispensabile.

Un atto politico: così Alberto ha definito “Il lettore di Dante”.
L’intento è quello di rendere accessibile a tutti un’opera giudicata distante e di difficile comprensione – per qualcuno persino inutile – per ridarle respiro… per renderla POP!
Quasi un atto di ribellione contro “Un sistema che ci vuole schiacciati sul presente, sull’oggi, sul subito… Senza nostalgie, senza passatismi, io rivendico il diritto di prendermi tre anni di tempo per leggere tutto il poema, tirarlo fuori dal museo degli studi accademici e metterlo alla prova”tanto per usare parole sue.
Sono già convinta e, se avrò saputo persuadere qualcuno di voi, sarà una piccola vittoria.
Ci vediamo il 5 febbraio, per ascoltare Alberto e Dante e per essere comprimari – insieme – nella costruzione della bellezza: non è cosa da poco.
Per informazioni:
Tempo Ritrovato Libri
Corso Garibaldi 17 – Milano
Tel: 02-99293575
Milano per Dante
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THE ARTIST IS PRESENT RE*PERFORMANCE

marina

Vieni amore mio, sediamoci e guardiamoci negli occhi.
In questa luce bassa e soffusa e calda,
offrimi il tuo sguardo,
che mi innamora ancora.

Non preoccuparti di loro: qui, davanti a te, ci sono io.
Ti vedo, e nella penombra distinguo nuove rughe.
Siamo invecchiati.

Abbozzi un sorriso, ma i miei occhi si riempiono di lacrime e un tremore scuote le mie mani abbandonate,
mentre il tuo volto diventa una muta domanda.
Cosa c’è, amore? Perché stai piangendo?

Mi commuovono i tuoi dolori segreti,
le angustie che per istinto di protezione non mi riveli e qui e ora si palesano.
La mia cecità mi fa male.

Allargo il petto in cerca di ossigeno e il dolore si affievolisce solo un po’,
rimanendo conficcato in gola.

La tua immensa energia d’amore mi investe, mi penetra,
attraversa ogni mia fibra.
La sento.
E tu puoi sentire la mia?
Eccola: è per te.

Sospesi insieme in un vuoto pieno di noi.
Siamo un dialogo muto, scarno, imperioso, emozionale, primordiale.

Un battito di ciglia e torniamo indietro, nel presente e nello spazio.

Spettatori curiosi in attesa,
la proiezione della performance originale sulla parete di fondo.

Le mani trepidanti si cercano.
Un abbraccio commosso scrive la parola fine della Re-Performance,
lasciando vibrazioni che risuoneranno ancora per molto.

Grazie Marina per avercene fatto dono.

Marina Abramović
The Cleaner
Firenze – Palazzo Strozzi
10 gennaio 2019

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SFERA EBBASTA

img_0255“Sono felice: mi merito di essere qui stasera.

Dopo averla tanto pregata, la mamma mi ha dato il permesso di venire alla Lanterna Azzurra per ascoltare Sfera dal vivo.

Continuava a ripetermi che sono troppo piccola e che che sarebbe stata in pensiero, ma io sono riuscita a convincerla, perché non è vero che sono piccola: ho già quasi sedici anni, cosa potrebbe mai succedermi?

È il mio primo concerto e l’emozione è a mille, e poi con me c’è il mio amore: sarà bellissimo condividere con lui ogni istante, ogni parola di Sfera.

Dobbiamo solo aspettare ancora un po’.

Lo guardo negli occhi e vedo in lui la stessa mia trepidazione.

Siamo talmente euforici che decidiamo di andare ancora al bar per un altro shot, anche se quelli già bevuti stanno cominciando a stordirmi, ma io voglio solo divertirmi e ascoltare Sfera.

Attraversiamo la sala, che continua a riempirsi di ragazzi.

Siamo eccitati, accaldati, euforici e sballati, tutti presenti per lo stesso motivo: ci accomuna la musica di Sfera, siamo tutti fan.

Al bar nessuno mi fa storie e riesco ad ordinare la mia vodka.
La butto giù d’un fiato e mi brucia le budella, mentre tutto intorno è malfermo.

Torniamo a fatica da dove eravamo arrivati. Manca poco, ma fa caldo, troppo caldo e comincio a sudare, anche perché continua ad arrivare gente e lo spazio è sempre più limitato.

Mi giro e vedo un ragazzo con il cappuccio sulla testa, che tiene reclinata. Non riesco a vederne il viso: sarà strafatto.

Ho pensieri confusi e sono come rallentata, ma io e il mio amore siamo qui, e conta solo questo. Ci scambiamo un bacio mentre ci facciamo un selfie e lo posto su Instagram; se fossi più lucida pubblicherei una storia.

Magari lo farò più tardi, quando comincerà il concerto.
Già, ma quando comincia?

Intravedo il ragazzo col cappuccio mentre allunga il braccio con un gesto deciso: ha qualcosa nella mano, ma non capisco bene cosa stia facendo.

All’improvviso non riesco più a respirare e mi bruciano gli occhi.

Tutti spingono, urlano in una escalation di panico. Sento una scossa di adrenalina attraversarmi, mentre riesco ad afferrare la mano del mio ragazzo che mi grida di scappare.

Ma scappare dove?

Mi sento male e nell’agitazione mi sfugge la presa dalla mano: all’improvviso mi trovo sola, in mezzo all’apocalisse.

Sono terrorizzata.

Urlo e piango, mentre la calca mi trascina via.

Sono cieca. Dove sei amore mio?

Mi ritrovo all’aria aperta e riesco a respirare meglio, ma la pressione della calca aumenta e mi sbatte contro la balaustra, che vibra pericolosamente. Ecco che cede.

Cado a terra, in un groviglio di corpi che assumono pose innaturali, quasi grottesche.
Sento scarpe affondare sulle mie guance, rompermi i denti, schiacciarmi la testa e tutto il corpo.

Mamma, dove sei? Aiutami, ho paura.

Piano piano si affievoliscono le grida e anche la paura scompare.

Poi è solo silenzio.

Io volevo solo ascoltare Sfera con il mio amore.

Ebbasta.”

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ABRUZZO DEL MIO CUORE

IMG_20181008_124232Delle recenti vacanze abruzzesi trascorse con mio marito Pas conservo bei ricordi, che rivivo attraverso le fotografie o i miei appunti.
Era da tempo che volevo ampliare la mia conoscenza della regione o ritornare a visitare posti già conosciuti.
Tutti i luoghi hanno contribuito a lasciarmi una traccia, che proverò a raccontare.

C’è ALBA FUCENS, che tra i monti della Marsica mi racconta, con le sue pietre, l’antico avamposto abruzzese di Roma.
Percorrendo il decumano, intuisco la pulsante vita che ha animato la colonia e il febbrile lavorio dei suoi artigiani; più in là, posso ammirare l’anfiteatro, veramente ben conservato.
Il sito nasconde ancora molte bellezze, celate da strati di terra e di tempo; ma l’Abruzzo è una regione povera, e i fondi per aprire un nuovo cantiere archeologico quindi latitano.

C’è L’AQUILA, città antica con il numero 99 nel destino, oltre alla sua caparbietà a ripartire dopo la distruzione del terremoto del 2009.
Un luogo dove tornare per ammirare le Basiliche di San Bernardino e Collemaggio, restituite alla collettività dopo eccellenti restauri.
Attraversare il centro storico suscita sentimenti contrastanti: provo dispiacere, impotenza ma anche speranza, quella che si legge negli occhi di chi è rimasto e a cui non posso prestare indifferenza.

C’è la magnificenza della catena appenninica: salendo a CAMPO IMPERATORE, si apre alla vista il vasto altopiano punteggiato da greggi di pecore e bianchi cani-pastore, cavalli e mucche, che abitano quelle alture con inconsapevole fortuna.
Il silenzio mi riempie la testa e il cuore.
Lo sguardo volge alla maestà del GRAN SASSO, con la corona rocciosa del Corno Grande a far da contrappunto alla dolcezza materna della MAIELLA, che da lontano svetta e da dove – dicono – nelle giornate terse si scorge il Mare Adriatico.

C’è ROCCA CALASCIO, il castello più alto d’Italia (1463 metri di altitudine).
Inerpicato su un crinale, e incastonato tra i Monti della Laga, offre una panoramica ad angolo giro: al tramonto, quando la luce è obliqua, le ombre si allungano e il cielo si incendia, il bianco delle sue pietre si tinge di rosa: un’atmosfera magica che riecheggia di storia antica e dove il respiro si allarga quanto quel cerchio di orizzonte.

C’è l’ABBAZIA DI SAN CLEMENTE nel comune di Castiglione a Casauria, l’antico borgo medievale che ha dato i natali ai miei antenati. L’Abbazia è uno dei monumenti più importanti del patrimonio artistico della regione, immerso nel silenzio dei giardini che la circondano e abitato da Clementina, una gattina nera e dolcissima con cui mi intrattengo, al fresco dell’ombra di un albero.
Più volte danneggiata nei secoli dai terremoti, venne sempre restaurata; dopodiché per molti anni fu abbandonata all’incuria, in un declino che avrebbe potuto esserle fatale.
L’ultimo restauro – posteriore al sisma dell’Aquila – nel quale l’edificio aveva riportato danni, ha permesso la riapertura del sito e dell’attiguo museo con accesso gratuito, che considero inaudito.
Il sito è infatti aperto al pubblico, ma non vi è nessuno che lo custodisca: far pagare un modesto biglietto d’ingresso potrebbe contribuire sicuramente a migliorarne la gestione.

Ci sono ancora moltissimi luoghi di cui dovrei scrivere, e non è certo possibile sintetizzarli in un post.

Ma una citazione a parte la vorrei dedicare al luogo che più mi ha emozionato: la RISERVA NATURALE DI PUNTA ADERCI, un appuntamento che non era più procrastinabile.
Si trova nel tratto meridionale della costa abruzzese, in prossimità del Molise, a chiudere quella che viene chiamata la ”Costa dei Trabocchi”, decantata anche da Gabriele D’Annunzio, e dove l’Adriatico rivela un’inaspettata bellezza di acque cristalline.

La Riserva non è posto per pigri: per raggiungerla è necessario percorrere a piedi, o al massimo in bicicletta, più di un chilometro di strada sterrata, dove non c’è l’ombra di un albero a far da riparo al sole estivo; non esistono stabilimenti balneari che possano affittare lettini e ombrelloni, ed è priva di punti di ristoro: insomma l’assenza di comfort scoraggia i “tipi da spiaggia”.

Arriviamo al promontorio, dal quale si domina la costa e dove riesco a individuare le sagome delle Isole Tremiti.
Proprio sotto all’affaccio, ecco il Trabocco di Punta Aderci, inutilizzato e pericolante, ma ancora in piedi.

Per raggiungere le spiagge dobbiamo discendere l’ultimo tratto di sentiero, che al ritorno sarà quindi una salita.
Nella prima spiaggia sostano la maggior parte dei turisti che, provati dalla camminata, si arrendono al richiamo di un bagno ristoratore.

Vogliamo spingerci ancora più in là, dove la presenza umana è rarefatta e potremo trascorrere la giornata in relativa solitudine.
Ci fermiamo nei pressi di una capanna di fortuna, composta da canne e sassi, costruita da qualche precedente e alacre avventore: ci regalerà un po’ di ombra per gli zainetti e le provviste o per quando il sole diventerà spietato.

I colori sono incredibili e la natura è una presenza forte e confortante.
Riesco ad individuare solo il rumore della risacca, in un ritmo che scandisce un tempo coniugato solo al presente: sento solo il qui e ora.
Incredibile.
Pervasa da una sensazione di pace, ritrovo in me lo spazio per far posto ai pensieri, ai sentimenti.
Nell’essenzialità del luogo mi smarrisco, consapevole che questa percezione non sarà durevole: non importa, perché ciò che sento è una totale armonia.
Mi sento libera e felice, di una felicità lieve ed effimera, quasi puerile, eppure intensa.

La giornata trascorre in un lampo, tra bagni di sole e di mare, lettura, riflessioni e appunti, tutto in un benessere avvolgente.

Si allungano le ombre e il calore si stempera con una brezza fresca.
Indugiamo ancora in questo paradiso, ma è tempo di andare.

Questa splendida, indimenticabile giornata così rara mi accompagnerà per molto tempo e farò tesoro di tutte le sensazioni che mi ha concesso.

Grazie Abruzzo: forte e gentile.
Grazie, Abruzzo del mio cuore.

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DESTINATARIO: NADIA TOFFA

Nadia-Toffa-presentato-sui-social-il-suo-libro-Fiorire-dinverno
Gentile Nadia,
premetto che non mi interessa scandagliare le motivazioni che l’hanno spinta a rendere pubblica la sua malattia, perché è una faccenda che riguarda la sua vita privata, e perciò deve essere rispettata: nella sventura ognuno reagisce come può, usando gli strumenti che ritiene più opportuni.
Le scrivo questa mia in merito alla recente polemica scatenatasi sui social – e non solo – a proposito delle dichiarazioni da Lei fatte circa il suo tumore.
Essendo prossima l’uscita del suo libro “Fiore d’inverno”, ha scritto un post sul suo profilo Twitter:
“In questo libro vi spiego come sono riuscita a trasformare quello che tutti considerano una sfiga, il cancro, in un dono, un’occasione, un’opportunità. Pieno d’amore. Non ho mai sospeso la vita e come ci sono riuscita io…”
Dunque la sua intenzione è divulgare un metodo per trasformare la disperazione in gioia.
Per come l’ha sintetizzata nel suo post, sembrerebbe un processo di facile evoluzione: con il giusto impegno è possibile per tutti affrontare la malattia e superarla in scioltezza.
Parafrasando, se c’è l’ha fatta lei…
Come ormai accertato, affrontare una malattia con positività aiuta il sistema immunitario a funzionare meglio, anche se la faccenda, declinata nei termini da Lei usati, mi pare un’asserzione semplicistica e dal sapore vagamente new-age.
Come prevedibile, è arrivata a travolgerla l’onda della polemiche e, forse per difesa, ha rincarato la dose scrivendo un altro tweet:
“Ogni tumore è uguale. Stesse difficoltà”.
A questo punto vorrei raccontarle una storia.
Un giorno mi telefona un’amica per chiedermi di accompagnarla ad una visita oncologica per sondare l’ennesimo parere medico; ovviamente le rispondo di sì.
Arriva il giorno stabilito e andiamo.
Entriamo nello studio medico, ci sediamo vicine, di fronte alla dottoressa, che esamina con attenzione il plico sanitario.
Dopo un silenzio che pare interminabile, la dottoressa dice alla mia amica che la procedura seguita dai suoi colleghi è la stessa che avrebbe adottato se fosse stata il suo medico curante.
Le due donne si guardano.
La dottoressa, dolcemente ma con fermezza, dice alla mia amica che per il tipo di tumore da cui è stata aggredita non esiste “ancora” una cura, ma che la ricerca continua a fare progressi e bisogna sperare.
Piange in silenzio la mia amica, le scorrono le lacrime, irrefrenabili e copiose mentre le stringo forte la mano, e annuisce.
Ha capito, e forse proprio in quel momento accetta il suo destino.
È andata avanti meglio che ha potuto, con determinazione e senza mai rinunciare.
Lisset non ce l’ha fatta e, Le assicuro, ce l’ha messa tutta per vivere, perché vivere era la cosa che desiderava di più.
Ha cercato di superare il suo “buco”, come a volte chiamava il suo cancro, una malattia che non ha mai, mai, mai e poi mai considerato un dono.
A Lei, Cara Nadia, riconosco il tentativo di trasmettere speranza a chi è nella sua condizione.
Voglio credere alla sua buona fede – anche se ci sarebbero i presupposti per dubitarne – ma la sua esposizione mediatica dovrebbe suggerirle una maggiore prudenza nel pronunciare certe parole: come giornalista dovrebbe conoscerne il peso.
Ogni tumore è uguale” è una gigantesca, colossale e impronunciabile stronzata.
Le chiedo di avere rispetto per coloro che non ci sono più, o stanno affrontando la malattia cercando un loro modo; perché non è affatto scontato che Lei abbia ragione solo per il fatto di aver trovato il suo.
Le auguro ogni bene.
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ELISA E LE ALTRE

elisaE’ da giorni che mi arrovello sulla discussione che si è generata su Twitter relativamente a Elisa Isoardi.
Più precisamente, ho riflettuto su cosa sia oggi il femminismo.

L’antefatto:
un tizio sosteneva che chi ha criticato con insulti sessisti la Isoardi per le foto discinte sul red carpet di Venezia, lo ha fatto per colpire indirettamente il suo fidanzato Matteo Salvini; quindi è colpevole di avere usato una donna per offendere una terza persona: un atteggiamento a suo parere inaccettabile, in quanto offensivo nei riguardi delle donne.

Ho pacatamente risposto, senza insulti alla Isoardi o riferimenti a Salvini, che alle donne discinte preferisco quelle che aprono il cervello invece della gonna (riferendomi alla foto in cui la Isoardi apre deliberatamente lo spacco dell’abito).

Il tizio mi ha risposto che proprio questo mio giudizio “moralista” fosse un attacco rivolto non solo alla Isoardi, ma alla libertà di tutte le donne (anche la mia, sigh!), le quali hanno il diritto di mostrarsi come più le aggrada, senza per questo subire critiche sessiste.

Ho cercato di argomentare – ma su Twitter è davvero difficile – rispondendogli che per me la signora in questione, o qualsiasi altra donna, può certamente mostrarsi come meglio crede, ma nel caso specifico a me disturbava “l’intenzione”.

Apriti cielo!
Altri scambi con il tizio e commenti di donne in cui definivano le mie argomentazioni (nell’ordine):
medievali, retrograde, sessiste e moraliste,
quindi inaccettabili.

E’ possibile che abbia una visione distorta sull’argomento:
questo scambio mi ha imposto una riflessione per rivedere le mie convinzioni in proposito ed eventualmente cambiare punto di vista;
ma più ci penso e più sono convinta del mio pensiero.

Nell’atteggiamento della Isoardi non rilevo alcuna rivendicazione femminista e non mi pare sia l’espressione di un’emancipazione, anzi.
L’avvenenza del corpo e la sua esibizione è funzionale all’apparire;
in quell’atto non c’è alcuna provocazione politica
o una insopprimibile esigenza dell’affermazione del sé.
Il suo gesto è ostentazione del corpo, finalizzata unicamente a incrementare l’indice di popolarità.

Una volta veniva definito “mercificazione del corpo delle donne”, mentre oggi viene percepito come avanguardia.

Questa mia convinzione si rafforza se confronto la foto di Venezia con quella postata dalla Isoardi su Instagram, mentre è intenta a stirare la camicia del suo fidanzato.
Come prevedibile, la Isoardi stiratrice ha suscitato molte critiche: intervistata nel merito, ha consolidato la sua posizione dichiarando che
“una donna deve saper stare all’ombra del suo uomo”.

Poi la giurassica sarei io.

Dal mio punto di vista la Isoardi cerca di sfruttare ogni occasione per innescare una reazione nel pubblico – positiva o negativa poco importa, purché se ne parli – e sul web viene considerata, anche da molte donne, “una furba”,
in un’accezione positiva del termine.

Con dispiacere vado constatando che le donne, soprattutto nelle nuove generazioni, non si risentono dello sfruttamento del corpo femminile e, anzi,
lo ritengono un legittimo mezzo attraverso il quale ricavarne un tornaconto:
e la Isoardi ne diventa il paradigma.
Questa distorsione mi pare non possa contribuire al processo di uguaglianza tra sessi: la valuto, al contrario, una degenerazione del pensiero femminista.

A quanto sembra però, il mio è un giudizio moralistico, mentre lo ritengo semplicemente etico.
Che mi sfugga qualcosa?

Ormai la decadenza della società – in tutti i suoi aspetti – sta avanzando con passi da gigante, dove chi grida più forte ha ragione, l’educazione è diventata una faccenda da idioti, e i furbi sono idolatrati come Dei.

Molti anni fa conobbi un austero signore, il quale sosteneva che
“i furbi sono dei cretini che si credono furbi”:
non l’ho mai dimenticato.
Forse sarà per questo che alla furbizia ho sempre preferito l’intelligenza.

Per quanto possa valere la mia opinione, credo che le donne, attraverso l’intelligenza appunto, debbano raggiungere una vera parità di genere senza scorciatoie ambigue, rivendicando uno spazio che ancora latita,
senza dover far ricorso al recinto delle quote rosa (che orrore!)
o della mercificazione del proprio corpo.

La strada da percorrere mi pare sia ancora in salita, ed è una cosa molto triste.

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