UN PICCOLO ESPEDIENTE

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Prima delle vacanze estive mi era toccato andare presso l’ufficio anagrafe del comune di Milano per procurarmi un documento.
Preso il mio numero dal dispencer mi sedetti, aspettando pazientemente il mio turno che sembrava non dovesse arrivare mai.
Il numero progressivo che indicava la fila assegnatami non avanzava, nonostante il passare dei minuti.
Preciso che presso tutti gli uffici comunali – e non solo – è in vigore la regola delle corsie preferenziali, per cui le donne in stato di gravidanza o chi ha bambini al seguito hanno diritto di precedenza con una fila dedicata.
Trovo corretto dare priorità a costoro, ma quando l’attesa arrivò all’ora e mezza fui assalita dal sospetto che le pance fossero finte e i bimbi presi in prestito.
Se le statistiche demografiche italiane confermano una decrescita della popolazione, che è pericolosamente vicina allo zero, non riuscivo a spiegarmi la presenza di una flotta di donne gravide e un drappello di marmocchi (ad onor del vero non me lo spiego neppure adesso).

Quando i minuti si erano trasformati in un’ora passata, le persone – o meglio i cittadini, come gli impiegati comunali definiscono gli utenti – cominciarono a essere esasperati dalla lunga attesa.
Un signore, seduto un po’ distante e parecchio spazientito, si mise a gridare allo scandalo, dando così la stura a un brusio diffuso di lamenti: ognuno aveva la sua rimostranza.

Una signora anziana seduta accanto a me disse che aveva tentato di procurarsi ciò che le serviva tramite il sito del Comune di Milano, ma a causa di un malfunzionamento dello stesso, era stata costretta, suo malgrado, a venire di persona e perdere così tutta la mattinata, con suo grande disappunto.
Una tizia ossigenata e non più giovane, si avventurò in un discorso strampalato, ingiuriando indifferentemente politici corrotti e cittadini stranieri, in un concentrato di luoghi comuni e odio al limite della xenofobia.
Sosteneva che gli “itagliani” (sì, diceva proprio itagliani!) per tutelarsi ormai devono difendersi da soli.
Rivendicò con orgoglio la sua intenzione di procurarsi a breve uno spray urticante al peperoncino. Con il tono della voce sempre più stridulo dichiarò: “Gliela faccio vedere io a ‘sti qua: gli faccio passare la voglia, che non c’ho mica paura io!”.
La bionda mi guardava ammiccando e forse sperava di trovare in me una sponda.
Rimasi in silenzio, in un mutismo agitato, tanta era la voglia di dirle che no, non aveva ragione e non ero per nulla d’accordo con le baggianate che stava dicendo, ma ormai porto con orgoglio i capelli grigi e non sono più tanto incline al confronto con l’ottusità, quindi rimasi zitta.

Anche un signore piuttosto giovane, che stava seduto vicino, seguiva l’arringa della bionda con interesse e quando quest’ultima parlò dello spray al peperoncino, non riuscì a trattenersi, dicendole:
“Mia cara signora, bisogna fare attenzione: se ci si dovesse trovare nella situazione di usare quello spray si dovrebbe essere più che sicuri di centrare bene gli occhi dell’aggressore, perché nel caso si sbagliasse mira, non si farebbe altro che incattivirlo, peggiorando la situazione.
Oppure ci si potrebbe trovare sottovento – che non è che in quei momenti si sta a sottilizzare – e dopo aver azionato lo spray con poca destrezza, ci si ritrova ciechi di fronte al delinquente, offrendogli l’opportunità di completare la sua azione delittuosa con estrema facilità.”

La bionda non era convinta e continuò a inveire contro i “marocchini”.
Il tizio, con infinita pazienza – beato lui – continuò nel suo ragionamento.
“Signora, si fidi: sono un agente di polizia in borghese e parlo per esperienza diretta. Davanti ad un’aggressione non si è mai troppo lucidi e se non si è adeguatamente addestrati, si rischia di fare peggio. A mente fredda quello che potrebbe sembrarle possibile, nella realtà è più improbabile.
Quello che posso consigliarle, e consiglierei soprattutto alle donne, è di procurarsi un fischietto.”

Finalmente il poliziotto era riuscito a zittire la petulante ossigenata, che replicò con un’espressione stupita e delusa: “Un fischietto? Ah,ah! E che ci fai con un fischietto?”
“Vede signora, il fischietto è un modo semplice ma efficace per attirare immediatamente l’attenzione, con il vantaggio di mettere in una posizione sfavorevole il malintenzionato, che probabilmente si darebbe alla fuga.”

La platinata rimase in silenzio, mentre io rivolgendomi direttamente al poliziotto, dissi:
“Il suo è davvero un consiglio prezioso, a cui non avrei mai pensato. La ringrazio, perché se tutti possono ritrovarsi in situazioni di pericolo, per noi donne è sempre un po’ più complicato sentirsi sicure.
Seguirò di certo il suggerimento”.

Poi si parlò d’altro finché non venne il mio turno e mi congedai dalla compagnia.

Uscita dai locali del Comune cercai subito una cartoleria e mi procurai un fischietto, di quelli che usano gli arbitri.
Da allora è allocato nella mia borsetta e quando capita di sfiorarlo, quel contatto mi conforta: è diventato un feticcio apotropaico.

Dire che il fischietto è solo un piccolo espediente è un’ovvietà, ma sono convinta che siano sempre i dettagli a fare la differenza.

 

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SPIACEVOLI INCONTRI

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C’era una volta una ferrovia che costeggiava l’Adriatico, dividendo il litorale dall’entroterra con una fenditura che sembrava una ferita d’acciaio.
In Abruzzo non c’é più, sostituita da una nuova linea ferroviaria più moderna, che attraversa la regione in gallerie e pianori.
Nel tratto di San Vito Chietino i vecchi binari sono stati trasformati in una strada pedonale panoramica, con quei sassi tipici delle ferrovie, irregolari e aguzzi.
Nel mio soggiorno abruzzese ho percorso quel sentiero ogni giorno.
Dalla piccola spiaggia di sassi levigati dal mare mi avviavo con lentezza attraverso la viuzza per raggiungere un bar appena distante, per il mio caffè pomeridiano.
Nel percorrere il sentiero, a tratti ombroso, mi godevo una lussureggiante e verdissima macchia mediterranea, in contrasto al cielo senza nuvole e il blu del mare.
Il vocio dei bagnanti mi raggiungeva smorzato dalla barriera di canne, mosse da una leggera brezza.
I passi erano scanditi dall’incessante frinire delle cicale, che sembrava accompagnare il mio procedere.
A metà percorso mi investiva l’inconfondibile odore di un albero di fico, un profumo d’estate ideale per quel tratto finale della passeggiata e per i miei svagati pensieri.
Era un momento intimo, una pausa dallo sciabordio delle onde, dalla luce e dal caldo.
Arrivata a destinazione, prendevo posto in uno dei tavolini all’ombra e consumavo con calma il mio espresso, sempre accompagnato da un bicchiere di acqua fresca offerto dal barista, un ragazzo che, con il passare dei giorni, aveva imparato a riconoscermi e a servirmi la consumazione senza che gliela dovessi chiedere.

In uno di quei bei giorni di vacanza stavo percorrendo il tragitto per tornare in spiaggia; come al solito camminavo con lentezza e soddisfazione quando, arrivata a metà percorso, ho visto – ancora distante da me – un uomo in piedi vicino a una motoretta, ma rivolto dalla mia parte.
Subito mi catturò il suo movimento ritmico, come se fosse rimasto in panne e stesse manovrando per riuscire a ripartire; ma i miei occhi non sono più quelli di una volta, così dovetti insistere con lo sguardo, accorgendomi invece che il tipo si stava masturbando.
Ebbi un attimo di esitazione, e mi voltai indietro per capire se stesse arrivando qualcuno.
Non c’era anima viva: eravamo soli, io e lo stronzo.

Procedetti comunque senza aumentare la mia andatura e, come se non esistesse, lo superai senza degnarlo di uno sguardo.
Mentre gli passavo accanto, sul lato opposto della strada, abbassai però leggermente il capo, sentendomi trafitta dai suoi occhi e dalla sua lascivia.
Ammetto che il comportamento di quel pervertito mi aveva colta di sorpresa, così feci l’unica cosa che mi sembrava giusto fare in quel momento: sfoggiare una totale noncuranza.
Non tradii alcun turbamento – che al contrario provavo – privando il povero onanista dell’eccitazione che avrebbe probabilmente voluto procurarsi attraverso un mio disagio.
E’ risaputo infatti che certi molestatori traggano soddisfazione proprio dall’imbarazzo provocato nelle donne o, peggio ancora, dalla loro paura.

Arrivata in spiaggia, mi sedetti sulla sdraio e raccontai l’accaduto a mio marito.
Più parlavo e più mi montava una rabbia aspra e cattiva.
Decidemmo di ritornare sui miei passi per affrontarlo, ma non lo trovammo, e forse fu un bene.

Tornammo in spiaggia, ma non riuscivo a distogliere il pensiero dall’accaduto; al mio posto avrebbe potuto esserci una ragazzina o una persona più indifesa di me.
Maledissi quel porco (con tutto il rispetto per i maiali), e la mia collera mi faceva fantasticare sul come avrei potuto avvicinarlo durante la sua squallida esibizione, per deriderlo e sfotterlo per la sua dubbia virilità.
Oppure avrei anche potuto prenderlo a sassate per farlo desistere (ebbene sì, l’ho pensato, ma ero veramente arrabbiata per essere anche lucida).

Nei giorni successivi non mi scoraggiai dalla probabilità di rincontrarlo, e rifeci lo stesso percorso sempre da sola, rifiutando l’invito di mio marito che si era offerto di accompagnarmi.
Non potevo permettere che un imbecille mi privasse di un piccolo piacere: non gliela avrei data vinta.

A ripensarci adesso recrimino solo di aver abbassato la testa – seppure impercettibilmente – come se fossi stata io quella che avrebbe dovuto vergognarsi e non il contrario.
Invece avrei dovuto avanzare a testa alta, con fierezza.
Eppure credo che perfino questo dettaglio sia sfuggito all’omuncolo in questione, in quanto troppo occupato nella sua perversa manovra.

Oggi mi rammarico di quel mio gesto istintivo, che nella sua apparente insignificanza mi ha rivelato quanto sia ancora arduo per noi donne estirpare il veleno dei condizionamenti educativi e sociali, e ho come il sospetto che non si troverà tanto presto un antidoto a questa stramaledetta tossina.

Però mi sono fatta una promessa: se dovessi trovarmi ancora di fronte un segaiolo, l’ultima cosa che farò sarà abbassare la testa.

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LA TAZZINA DI CAFFE’

tazzina di caffè
Alcune settimane fa mi capitò un episodio a cui ripenso ancora, segno che qualche perplessità mi è rimasta addosso.

Avevo fissato un appuntamento con un cliente per il lunedì successivo, alle nove della mattina in pieno centro.
Già dalla domenica sera percepivo una leggera ansia perché non volevo arrivare tardi e, a maggior ragione, per l’inconsueto luogo dove si sarebbe dovuto svolgere.
Il signore che avrei dovuto incontrare aveva infatti suggerito il rendez-vous presso i tavolini di un bar in Corso Italia, anziché il solito appuntamento presso il suo ufficio; ora lavora fuori Milano, e questo trasferimento – rafforzato anche dal pretesto di un suo successivo appuntamento proprio in zona – giustificava l’inconsueta liturgia.
D’altronde quella sarebbe stata l’unica opzione che la sua agenda gli consentiva: prendere o lasciare.

Così mi trovai nella condizione di non poter rifiutare, ma ancora adesso ho la netta sensazione che alla fine non avesse voglia di complicarsi troppo la vita.

L’incontro non ci avrebbe preso troppo tempo, ma la scelta di campo non mi parve comunque la più idonea per un appuntamento di lavoro, non tanto per il luogo in sé, ma piuttosto perché il cliente è uno di quelli ostici: per raggiungere un rapporto di minima cordialità ho impiegato anni, riuscendo con fatica a limare la sua ruvidezza di carattere, conseguente  probabilmente a una certa timidezza di fondo tradita da uno sguardo sempre sfuggente.

L’espediente che mi permise a suo tempo di fare breccia nella sua impenetrabilità fu parlare di running.
Non ricordo come ci arrivammo, ma è stato l’unico argomento che sia riuscito a creare con lui un’impercettibile empatia, condizione che ritengo indispensabile per il mio lavoro.

Quindi il bar pensavo non fosse il luogo idoneo né per ciò di cui avremmo dovuto discutere, né tantomeno per avere un’interazione accettabile, ma non ebbi scelta.

Arrivai puntualissima e lo trovai ad aspettarmi lì davanti come una vedetta, mentre il mio disagio si acuiva.
Entrammo.
A Milano è impossibile sedersi ad un tavolino di un bar senza ordinare, ma nonostante non ne avessi voglia, mi costrinsi a bere un caffè, così come lui.

Per fortuna le cose andarono per il verso giusto: in una decina di minuti riuscimmo a consumare la bevanda, chiudere la trattativa e persino accennare qualche battuta sul running.
Finito il nostro colloquio e, prima di congedarci, ci alzammo per recarci alla cassa.
Nel breve tragitto lo anticipai di un passo, chiedendogli il permesso di offrire il caffè.

Confesso: lo feci più per un riflesso incondizionato che per convinzione, ma mi sarei aspettata un netto rifiuto.

Quello, al contrario, come se non aspettasse altro, acconsentì al volo;
mi strinse la mano ringraziandomi per “la squisita disponibilità” e scomparve in un secondo, lasciandomi in piedi presso la cassa come un’ebete.

Rimasi per un secondo immobile, con le mani inerti sulla borsetta e uno sguardo interdetto, mentre il cassiere cominciava a spazientirsi, perché in questa città siamo sempre di corsa ed è buon uso non stare in fila più di quanto non sia necessario.
Pagai e uscii dal locale, ripensando al comportamento del tizio.

Sarà che sono abituata a Pakoloco (mio marito).
Lui non si farebbe pagare da una donna neppure un bicchiere d’acqua;
e non si pensi che il suo sia un atteggiamento machista, perché è semplicemente innata gentilezza.

Per mia fortuna non mi manca l’euro per un caffè, e spesso mi capita di offrirne con enorme piacere (anche a degli uomini), ma la sgradevolezza del gesto e la noncuranza del mio cliente mi hanno davvero colpito: neppure il minimo accenno a contraccambiare la cortesia, come se fosse scontato, dovuto.

Ribadisco: con questo uomo non vi è né confidenza né particolare empatia e, in fondo, mi sta anche un po’ antipatico.

Poi ho pensato a due cose.

La prima è che il tipo in questione sia più femminista di me e abbia trovato del tutto naturale farsi pagare un caffè, nonostante gli avessi fatto un evidente favore recandomi da lui.
L’altra ipotesi è che sia un gran maleducato.

Oppure c’è una terza giustificazione.

Come disse quella sagoma di Igor nel cult-movie Frankenstein Junior: “Potrebbe essere peggio”.
Vero: potrebbe essere tirchio!

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NATSUKO e la fortuna

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Un sabato pomeriggio dello scorso marzo io e mio marito (il solito Pakoloco) decidemmo di andare a salutare la jewelry designer Natsuko Toyofuku nel suo nuovo atelier in Corso Como a Milano, da poco inaugurato con un vivace evento a cui avevamo preso parte.

Dal portone potevamo scorgerla con la cornetta del telefono appoggiata all’orecchio e un’espressione incredula dipinta sul viso, mentre la sua assistente Angela si sbracciava in concitati gesti, invitandoci a entrare.

Scoprimmo così che un impiegato di Esselunga stava parlando con la nostra amica per comunicarle che, proprio lei, era uno dei vincitori di una delle tante Fiat Cinquecento messe in palio nel concorso del supermercato.
Ci attardammo in chiacchiere, contenti di quell’inaspettata fortuna e ironizzando sul fatto che, dunque, alle lotterie si può vincere davvero.

Natsu ancora non poteva crederci: aveva vinto un’automobile grazie ad uno scontrino di una spesa relativa all’inaugurazione del primo febbraio appena trascorso.
Va da sé che deciframmo l’accaduto come un buon segno per la sua attività.

Qualche settimana più tardi ci comunicò di avere in mente l’organizzazione di un sorteggio:
5 buoni sconto da 500 euro ciascuno, spendibili nel suo atelier.
Per partecipare sarebbe bastato un acquisto – senza minimo di spesa – comprovato dalla ricevuta numerata, che avrebbe avuto la funzione di biglietto della riffa.

Arrivò il giorno dell’estrazione e tutto procedette con regolarità e trasparenza, tra un bicchiere di sangria, uno stuzzichino sfizioso, i numeri delle ricevute scritti su palline da pingpong, risate, applausi e congratulazioni.

La fortuna di Natsu venne quindi ridistribuita, come da suo convinto desiderio.

Quello che mi resta di questa storia è la consapevolezza che Natsu è una persona davvero speciale.
Il suo inaspettato colpo di fortuna è diventato un volano di buona sorte per altre cinque persone.
E chissà mai che questa “catena della fortuna” stia continuando a procedere ininterrotta come un flusso positivo di energia e riesca a ridistribuirne un pizzico, e ancora e ancora.

O forse mi piace pensare che così stia andando.

Se è vero che non si ha alcun merito nella buona sorte, di certo Natsu ha avuto la sensibilità e il proposito di spartirla, e il suo gesto lo spiega: la fortuna, per essere goduta appieno, va condivisa.
E’ un comportamento che dovremmo tenere bene a mente in tanti aspetti delle nostre vite.

Cara Natsu, grazie per essere come sei:
Cinquecento volte grande, ma anche di più.

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Un sabato qualunque a Milano

cappella

E’ sabato pomeriggio, e Milano presenta un clima quasi estivo, perfetto per bighellonare tra le sue vie.

A noi rimasti in città ci viene offerto un cielo di un azzurro intenso e strade inondate di luce e di ombre nette, come solo la primavera può regalare a queste latitudini.

Con Pas, Pierpaolo e Simona (rispettivamente mio marito e una coppia di amici) ci accordiamo per pranzare presso Il Mercato del Suffragio.
Il posto è un vecchio mercato comunale, rimasto chiuso per molti anni e, grazie a un recupero intelligente, oggi ospita una quaterna di locali che offrono un servizio take-away e un discreto numero di tavoli per il consumo delle vivande in loco. C’è anche un piccolo dehor, gradito soprattutto ai fumatori irriducibili.
Insomma, un luogo perfetto per consumare un pasto veloce, una merenda o un semplice aperitivo; a me piace perché riesce a mettere d’accordo le esigenze di tutti ,vegani compresi.

Dopo cibo, vino e chiacchiere, ci mettiamo in moto, raggiungendo un negozio di oggettistica varia in Via San Michele del Carso – in zona Porta Vercellina – che Pas gradirebbe farmi conoscere. Esaurita la breve perlustrazione, mi ricordo che più avanti, sulla stessa via, esiste una cappella votiva un po’ insolita (al suo interno sono custodite delle ossa umane), e quindi decidiamo di farla visitare ai nostri amici, che ne ignoravano l’esistenza.

Giunti davanti alla “Cappellina dei Morti” leggiamo l’iscrizione presente sul frontone, che recita:
“Ciò che sarete voi, siamo noi adesso. Chi si scorda di noi, scorda se stesso”.
Un memento mori che, ahimè, in troppi si dimenticano: ma questa è un’altra storia.
Facciamo commenti e foto di rito, poi decidiamo di tornare all’auto facendo il giro dell’isolato, pensando a quale avrebbe potuto essere la tappa successiva.

Raggiungiamo così Piazza Aquileia, dove veniamo attirati da un portone spalancato, di solito sbarrato, che svela un giardinetto nel quale si erge una piccola chiesa, dedicata ai Santi Giovanni Battista e Carlo al Fopponino.
La costruzione è in semplici mattoni rossi, ma le decorazioni in arenaria che incorniciano il portale, ormai piuttosto corrotte dal tempo, tradiscono la sua vocazione barocca.
Entriamo nel giardino e veniamo avvicinati da una coppia di anziani munita di cartellino di riconoscimento e sorriso d’ordinanza.

Al momento immagino che siano i soliti personaggi in cerca di quattrini da destinare alle varie associazioni, enti benefici o simili.
Nulla di più sbagliato: i due fanno parte di un’associazione di volontari che si prefiggono di fare conoscere ai cittadini la storia e le bellezze del loro quartiere.
Non chiedono soldi, ma solo un po’ di attenzione.

La signora, con timidezza, ci chiede se abbiamo voglia di ascoltare alcuni cenni storici del sito, e ci invita ad attendere la fine della funzione in corso (un battesimo) ed entrare nella chiesa per una breve visita.

Naturalmente acconsentiamo, venendo a sapere che durante la dominazione spagnola il sito fu destinato a fossa comune (da qui il nome di Fopponino, cioè piccola fossa) per gli appestati delle due grandi epidemie che colpirono Milano tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del secolo successivo: la prima, detta Peste di San Carlo; la seconda, conosciuta come Peste del Manzoni, perché citata nei Promessi Sposi.
A quell’epoca il sito si trovava fuori le mura, e quindi adatto allo scopo.
In pratica era un grande cimitero e tale rimase fino alla fine del secolo XIX, quando venne definitivamente smantellato a seguito della costruzione dei cimiteri Monumentale e Musocco.
A ricordo di quell’antico sito sono rimaste la Chiesa e la vicina Cappellina dei Morti.
Veniamo a conoscenza di altre informazioni che non starò qui a raccontare, ma spero di aver stuzzicato la curiosità di coloro che avranno voglia di approfondire, anche solo per fare felici i volontari che animano questo sito con abnegazione ed entusiasmo.

Come molti sanno, ma altri ancora ignorano, Milano è una città segreta.

Nuovi quartieri verticali hanno trovato spazio in città e rivendicano una ulteriore identità urbana con sfacciata prosopopea; seppure alcuni di essi siano a mio parere decisamente apprezzabili, trovo più intrigante andare alla ricerca di luoghi poco conosciuti – anche da noi milanesi – spesso celati dietro portoni chiusi o addirittura ignorati.
Ancora meglio quando ci si inciampa per caso, come è successo sabato pomeriggio.

Imprescindibile è e sarà la curiosità, motore che mi stimola una energia cinetica irrefrenabile e spero mi accompagni ancora a lungo.

Quando sarò forse troppo stanca e anziana, potrò sempre allargare le fila dell’esercito di cittadini che si adoperano per Milano, come quelli incontrati al Fopponino.

Sta a vedere che, in un sabato pomeriggio qualunque, facendo la turista nella mia città, ho finalmente scoperto cosa farò da grande.

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E’ SOLO UNA QUESTIONE DI STYLE?

scrivere

Sono abbonata al Corriere della Sera e ogni mattina è presente sulla porta di casa, pronto per essere letto durante la colazione; ormai è un’abitudine talmente piacevole da risultare irrinunciabile.
Il lato negativo è che questo abbonamento obbliga all’acquisto anche delle riviste edite con il quotidiano (mentre in edicola no), e non c’è niente da fare: o prendi tutto oppure niente.
Per quanto riguarda Sette e IoDonna non avrei nulla da obiettare perché, seppur infarciti di pubblicità, presentano articoli interessanti.
Altro discorso è Style, il rotocalco RCS indirizzato al lettore maschile.
Non saprei dire se gli uomini siano tutti così superficiali, ma il magazine è tanto patinato quanto inutile.
Indagando nel merito, ho avuto conforto nel riscontrare pareri simili ai miei, ma, come anzidetto, non è possibile rifiutarne l’acquisto.

Proprio questa settimana è arrivato sullo zerbino di casa Sette, fresco di restyling: nuovo direttore, nuova impaginazione, grafica accattivante e massima attenzione ai social. Direi bene.
Da qui si è generata una catena di pensieri che mi hanno portato a riflettere sul mio blog.

Quando decisi che avrei aperto OttobiscottoInLettere era il giugno 2013, che a pensarci oggi mi pare incredibile, non tanto per la cosa in sé, ma per la costanza che ho mantenuto, cosa sulla quale non avrei scommesso neppure io.
Invece ho accumulato post: a volte scritti discretamente, altri sono meno incisivi, ma un po’ sono orgogliosa.
Le due regole che mi diedi allora, e che valgono ancora oggi, sono:
in primis di scrivere di ciò che mi interessa – cercando di farlo al meglio delle mie possibilità – l’altra è di scrivere almeno un post al mese.
Direi che sono stata in grado di rispettarle entrambe.

Il software che pensai di utilizzare per crearlo è WordPress, un sistema che consente di utilizzare uno spazio gratuito sul web, fruibile da un potenziale vasto pubblico.
Il mio scopo è sempre stato quello di fermare su carta, o meglio su tastiera,
il mio sguardo sul mondo, per sviscerare argomenti dal mio punto di vista;
un luogo personale dove esprimere perplessità, sentimenti e riflessioni in totale libertà.
Poi se qualcuno si prende la briga di leggere ciò che ho scritto, non può che rallegrarmi, ma non è questa la molla che mi spinge a scrivere:
semplicemente mi piace farlo, se ne ho voglia e quando penso di avere qualcosa da dire.

In questi anni è capitato che qualcuno mi abbia suggerito di acquistare un dominio per un vero e proprio sito, e creare così un’area personalizzata e graficamente più accattivante.
Potrebbe essere un’idea valida, ma in tutta onestà non mi interessa granché: scrivere non è il mio mestiere e il mio blog è sufficiente a soddisfare quelle che sono le mie esigenze.
Il blog è il mio diario pubblico.
Il tentativo è quello di concentrarmi più sugli argomenti che sulle immagini o sull’uso di un tahoma o un times new roman.

Ovvio che per i magazine o i giornalisti on-line il discorso è diverso: l’aspetto grafico ha una notevole rilevanza.
Bene fanno gli editori a rinnovare le proprie riviste, che hanno il compito di aggiornarsi per stare al passo con la società e aiutare noi lettori ad una maggiore comprensione dei mutamenti del costume, della politica e del mondo in generale.
E però c’è un però.

Non ho potuto fare a meno di notare che, soprattutto nei blog, c’è molta superficialità e un allarmante appiattimento del linguaggio, con variazioni stilistiche discutibili o, peggio ancora, con errori grammaticali grossolani (per non parlare del congiuntivo, ma su questo dovrei scrivere un altro post).
Mi pare sia in auge un registro di scrittura apparentemente vivace e ammiccante, ma molto poco personale.
Spesso un articolo non ha un codice riconoscibile, mentre al contrario dovrebbe sempre presentare la cifra stilistica dell’autore.
Leggo spesso articoli infarciti di lessico gergale, rimandi sottintesi e quasi incomprensibili, dove è davvero difficile distinguere chi abbia scritto cosa.
Il tutto confezionato in spazi graficamente ineccepibili, con link, belle foto e quant’altro.

Forse che stia diventando una vecchia brontolona, anche un po’ tonta, che non riesce a penetrare le incomprensibili parole dei blogger più giovani e moderni?

Mi sbaglierò, ma sono convinta che quando ci siano di mezzo le parole
la sostanza valga di più dell’apparenza.
Style docet.

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NON VADO SEMPRE DI CORSA

correreMarzo volge al termine in coincidenza con l’arrivo della primavera, che porta con sé quella voglia di stare all’aria aperta per godere del tepore delle temperature e delle giornate più lunghe.

Essendo una runner, di solito accolgo questa stagione con gioia, perché durante l’inverno mi dura più fatica applicarmi a questo sport:
uscire di casa e correre per un’ora a basse temperature – spesso al buio e con intemperie che spaziano dalla nebbia, alla neve o al ghiaccio – non sono condizioni che definirei essere propriamente una gioia, ma è risaputo che lo stoicismo dei corridori è assimilabile al masochismo…

Vista da uno sguardo esterno, capisco che la reiterazione di quel gesto atletico possa sembrare un’ottusità, ma il runner procede con ostinazione nello sfiancarsi senza curarsi del giudizio dei profani, che faticano a comprendere come un individuo possa procurarsi tanta sofferenza volontaria esercitando tale attività.

Ad essere sincera credo che il runner si senta una specie di super-eroe e che il suo super-potere sia quello di reggere l’acido lattico, la schiena dolorante, le vesciche, gli arrossamenti epidermici e amenità varie.
Io non tanto: diciamo che il mio è un micro-potere, ma vabbè.

Esiste tutta una retorica della corsa, che rimarca l’epica del sudore,
della sopportazione al dolore, del procedere un passo dopo l’altro per il raggiungimento del traguardo di una gara, alla felicità che si prova a migliorare una prestazione.
Tutto vero, ma a mio parere sono discorsi così autoreferenziali che dovrebbero essere arginati ai soli praticanti, che agli altri procurano solo una noia mortale (quindi sto annoiando anch’io: molto bene).

Lo dico a chiare lettere:
la faccenda che dopo una corsa ci si senta bene perché aumentano le endorfine è una mezza verità; o meglio è sicuramente vero (pare sia scientificamente provato), ma lo è un po’ meno per me, che faccio sempre fatica e tante volte mi chiedo perché continui sottopormi a tutto ciò.

Da qualche mese però sono ferma a causa di una fascite che tormenta i miei piedi a fasi alterne e che ancora non sono riuscita a debellare definitivamente.
Questo disturbo è piuttosto doloroso e per la guarigione sono contemplate delle terapie fisiche e il riposo, cose che mi hanno costretto ad una battuta d’arresto.

La situazione, coincidendo con l’inverno, non ha alimentato alcun senso di colpa, che al contrario provo sempre se salto per pigrizia una sessione;
ma con il sopraggiungere della bella stagione comincio a fremere e ho una gran voglia di ricominciare (a farmi del male).
Dovrò rinunciare anche alla staffetta della Milano Marathon del prossimo 2 aprile, ed è un vero dispiacere non poter partecipare.

Allora non mi resta che prenotare un altro ciclo di onde d’urto che, nonostante siano davvero dolorose, sono l’unica soluzione efficace a questa patologia.
E chissà che entro la fine del mese prossimo non possa rimettere ai piedi le mie scarpette e tornare a correre sulla mia adorata Martesana senza per questo sentirmi Wonder Woman.

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DJ FABO

fabioFabio è un amante della vita, quella vera.
Ha fatto mille mestieri: dall’assicuratore al geometra, ma presto si dedica alla musica, che è la sua vera passione.
E’ felice quando può suonare per il divertimento degli altri e diventa così DJ Fabo, un professionista molto ricercato.

La musica lo porta ad incontrare molte persone e a viaggiare alla ricerca di nuovi orizzonti.
Trova anche l’amore di Valeria, una ragazza speciale.

La vita di Fabio è come una biglia d’acciaio che rimbalza da un lato all’altro di un flipper.
Din… Din… Din-din-din-din… Ta-ta-ta-ta … Ta-ta-ta… Ft Ft… Ft-ft-ft-ft…
Il gioco sta andando benissimo, accumula punti, in un fantasmagorico sfavillio di luci colorate e suoni elettronici.

Fino a quella maledetta sera del 13 giugno 2014.
Al rientro da una serata di lavoro si verifica un incidente stradale violentissimo: Fabio viene sbalzato fuori dall’abitacolo dell’automobile.
Si salva, ma riporta lesioni permanenti pesantissime: cieco e tetraplegico.

Tilt.

La vita subisce una battuta d’arresto, ma Fabio sente di poter ancora sperare in un recupero.
Tenta numerose strade atte allo scopo: riabilitazione, cure sperimentali, farmaci all’avanguardia.
Nulla da fare: quelle luci non ne vogliono sapere di riaccendersi; quella sfera grigia rimane statica e il gioco è sempre sospeso.

La speranza di un possibile recupero – anche solo parziale – svanisce.
Inizia così un percorso senza prospettive.
L’unica certezza è quella di essere bloccato a letto “immerso in una notte senza fine”, come spesso dice.

Intraprende una battaglia per poter concludere la sua esistenza, ma in Italia – uno Stato laico – gli è negata questa opzione.
Fabio viene affiancato nel suo percorso di richiesta di eutanasia dall’Associazione Luca Coscioni, l’organizzazione che ha presentato una legge per il testamento biologico e che giace inascoltata in Parlamento da oltre due anni.

Perché, diciamola tutta: l’eutanasia è una decisione personale davvero molto difficile.
Nessuno può arrogarsi il diritto di mantenere in vita un individuo contro la sua volontà, men che meno uno Stato che si definisca laico e democratico.
Questa scelta – ribadisco – individuale, non può essere opposta a una teoria religiosa, che è e rimane un percorso rispettabile, ma personale e strettamente privato.

Mi chiedo cosa succederebbe se uno Stato imponesse la soppressione di una persona che vive in condizione vegetativa.
Non sarebbe egualmente inaccettabile?
E perché, dunque, può essere tollerato il suo contrario?

Se la memoria non mi inganna, ricordo che a catechismo si insegna che un certo Signore con la barba ha regalato all’Uomo il libero arbitrio.
Lasciamo quindi libertà di decisione all’individuo che, nel caso, ne risponderà in proprio.

A nulla vale l’appello di Fabio al Presidente Mattarella per sollecitare la definizione della legge sull’eutanasia, perché anche se il Capo dello Stato agisse in tal senso con solerzia, Fabio non ha più tempo, non può più aspettare.
Continuare a esistere gli è insopportabile, perché quella vita così com’è non è più vita e, di certo, non è quella che vuole.

Non gli rimane che espatriare in Svizzera, ed essere ricoverato presso una clinica specializzata nel suicidio assistito.
Può così recedere da quella non-vita e farlo con la dignità che ritiene di meritare.

Oggi Fabio ha scelto di morire.

Si può condividere la sua scelta o essere contrari, ma la sua decisione merita il rispetto di tutti.

Il flipper spegne tutte le sue luci, ed è GAME-OVER.

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LA PAZZA DELLA PORTA ACCANTO

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“Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra.
Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio
non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”.
Alda Merini
Al Teatro Menotti è andata in scena la rappresentazione della pièce teatrale “La pazza della porta accanto”, riduzione del libro di Alda Merini, a opera di Claudio Fava, per la regia di Alessandro Gassmann, ove si racconta la vita della poetessa nel periodo del suo ricovero in manicomio.Con mio marito decidiamo di andare presso il teatro alla spicciolata, sfidando la fortuna, il freddo e la pigrizia di una grigia domenica di gennaio.
La buona sorte ci assiste e riusciamo a trovare i biglietti.

Seduta in sala, sono consapevole che lo spettacolo avrà un certo tipo di impatto emotivo e questa coscienza la percepisco collettiva.

Mi viene suggerita dalla tensione che creano le luci gelide, funzionali a sottolineare una scenografia di fredde pareti grigie e sbarre metalliche,
dallo schermo quasi impercettibile antistante il palco,
che proietta oniriche immagini davanti alla scena:
un velo quasi invisibile dagli effetti oleografici,
che separa gli spettatori da ciò che viene raccontato,
creando una distanza fisica labile, ma presente.
I matti sono loro, oltre quel velo di pregiudizio.

C’è silenzio nella sala, un silenzio teso e oscuro.
Muti e seduti, noi spettatori assistiamo al divenire del racconto con partecipazione angosciata.

Le attrici sul palco interpretano il ruolo delle internate:
ognuna descrive la propria nevrosi con una recitazione volutamente stereotipata ma arginata, così definita per fare da contrappunto a quella della protagonista – la brava Anna Foglietta – che, al contrario, recita senza inutili eccessi, descrivendo con intensità il tormento, il dolore, il disperato bisogno d’amore e di libertà di Alda.

Questo doppio registro interpretativo viene rimarcato anche dalla recitazione dell’uomo di cui Alda si innamora, ricambiata.
Il personaggio è volutamente distorto, descritto come una tragica macchietta: compromesso dalla sua malattia, rassegnato e talmente sconfitto che anche l’amore di e per Alda non riuscirà a sollevarlo dalla propria follia.

La narrazione prosegue, ma c’è un particolare ad attrarmi irresistibilmente:
il ventre gonfio di una compagna di manicomio di Alda.

Nonostante lo scorrere del tempo, mentre la trama si dipana,
quel grembo rimane sempre prominente, come a sfidare le leggi della natura.
Suggerisce un’attesa infinita, un divenire perpetuo e sempre uguale a se stesso, inesorabile nella sua irresolutezza.

Si arriva all’epilogo, e con esso la libertà dei malati, che grazie alla Legge Basaglia, possono riconquistare la libertà.

Niente più elettroshock, docce gelate, sbarre e cinture di contenzione.
Basta alla sofferenza coatta.

Ed ecco alzarsi quel sipario velato, che squarcia una nuova realtà,
inondando le donne malate – uniche presenze sul palco – da una luce calda, accogliente.

Le internate sono finalmente libere:
sembrano confuse e felici di una gaiezza bambina.

Senza parole la donna pregna alza le vesti e sottrae dalla sua pancia gravida un palloncino: è verde, verde come la speranza, come una promessa lieve.
Una camera d’aria che si libra in alto fino a scomparire, portando con sé lo sguardo delle donne e di noi spettatori, imbrigliando i miei di commozione.

Quel che davvero mi rimarrà addosso dello spettacolo è quel palloncino verde che lentamente sale, perché quel piccolo volo è una vera poesia.

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Arriva il Natale…

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A me il Natale non piace.
Non voglio sembrare una che va contro corrente per sentirsi originale,
ma è un fatto che io nutra un’insofferenza sempre più spiccata per questa festività.

Per quel che mi riguarda, il Natale “è uno di quei giorni in cui ti prende la malinconia e fino a sera non ti lascia più” come diceva bene quella famosa canzone.

Quello spleen che avvolge come una coperta che non riesce a scaldare e,
non apportando un vero conforto, ne restituisce solo l’illusione.
O come una canzone di Elliott Smith, che se anche non l’hai capita bene,
ti cuce addosso irrequietezza,
facendoti vibrare di malinconia anche se non vorresti.
Non so se ho reso l’idea.

E’ che a Natale si è obbligati a sentirsi più buoni,
ma a me viene la carogna e – se potessi – mi chiuderei in casa per un mese, aspettando che passi.

Vorrei che terminasse in un baleno quell’eco dapprima colta in sordina – e via via sempre più intensa – che al fine assume toni roboanti,
con il suo carico di sciocchezze melense e ipocrisie malcelate.
Quell’insostenibile simulazione di gaiezza mi innervosisce:
non è reale, ma ci si ostina a crederla tangibile,
mentre quella felicità può essere solo dei bambini.

Natale è quella ricorrenza che enfatizza la solitudine di chi è già solo,
la lontananza di chi è altrove e le dolorose assenze di coloro che non ci sono più, ma che si vorrebbero ancora al proprio fianco.

Poi trovo stucchevole quel vezzo dicembrino sempre più invadente delle cene pre-natalizie, da consumarsi con persone che non si frequentano praticamente mai, perché “almeno a Natale vediamoci”:
semplici conoscenti che sotto le festività non trovano nulla di meglio da fare che riempirsi l’agenda di incontri trascurabili.

Praticamente impossibile sottrarsi alla ormai diffusa abitudine di scambio di doni, troppo spesso superflui.
Per quel che mi riguarda prediligo fare sorprese quando non c’è una precisa ricorrenza, gratificandomi nel fare un regalo inaspettato e quindi meno ovvio.

Nonostante mi piacciano le tradizioni – e quando è possibile le rispetto – nutro un’avversione per la smodata quantità di cibo che viene preparata per i menù natalizi.
Come se ci si dovesse rimpinzare di leccornie solo in questo periodo dell’anno: un tempismo anacronistico di cui non capisco il senso.

E va da sé che non riesca a sottrarmi quasi a nulla, ma con il tempo miglioro, riuscendo a scansare quello che mi è veramente intollerabile.

O forse tutto questo fastidio deriverà dal fatto che il giorno successivo al Natale è il mio genetliaco e trovo alquanto sgradevole compiere gli anni ogni anno tutti gli anni, che sarebbe proprio arrivato il tempo di darci un taglio, ma pare che non sia possibile.

Ma “domani è un altro giorno, si vedrà”.

In ogni caso, Buon Natale a Tutti.

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