ELISA E LE ALTRE

elisaE’ da giorni che mi arrovello sulla discussione che si è generata su Twitter relativamente a Elisa Isoardi.
Più precisamente, ho riflettuto su cosa sia oggi il femminismo.

L’antefatto:
un tizio sosteneva che chi ha criticato con insulti sessisti la Isoardi per le foto discinte sul red carpet di Venezia, lo ha fatto per colpire indirettamente il suo fidanzato Matteo Salvini; quindi è colpevole di avere usato una donna per offendere una terza persona: un atteggiamento a suo parere inaccettabile, in quanto offensivo nei riguardi delle donne.

Ho pacatamente risposto, senza insulti alla Isoardi o riferimenti a Salvini, che alle donne discinte preferisco quelle che aprono il cervello invece della gonna (riferendomi alla foto in cui la Isoardi apre deliberatamente lo spacco dell’abito).

Il tizio mi ha risposto che proprio questo mio giudizio “moralista” fosse un attacco rivolto non solo alla Isoardi, ma alla libertà di tutte le donne (anche la mia, sigh!), le quali hanno il diritto di mostrarsi come più le aggrada, senza per questo subire critiche sessiste.

Ho cercato di argomentare – ma su Twitter è davvero difficile – rispondendogli che per me la signora in questione, o qualsiasi altra donna, può certamente mostrarsi come meglio crede, ma nel caso specifico a me disturbava “l’intenzione”.

Apriti cielo!
Altri scambi con il tizio e commenti di donne in cui definivano le mie argomentazioni (nell’ordine):
medievali, retrograde, sessiste e moraliste,
quindi inaccettabili.

E’ possibile che abbia una visione distorta sull’argomento:
questo scambio mi ha imposto una riflessione per rivedere le mie convinzioni in proposito ed eventualmente cambiare punto di vista;
ma più ci penso e più sono convinta del mio pensiero.

Nell’atteggiamento della Isoardi non rilevo alcuna rivendicazione femminista e non mi pare sia l’espressione di un’emancipazione, anzi.
L’avvenenza del corpo e la sua esibizione è funzionale all’apparire;
in quell’atto non c’è alcuna provocazione politica
o una insopprimibile esigenza dell’affermazione del sé.
Il suo gesto è ostentazione del corpo, finalizzata unicamente a incrementare l’indice di popolarità.

Una volta veniva definito “mercificazione del corpo delle donne”, mentre oggi viene percepito come avanguardia.

Questa mia convinzione si rafforza se confronto la foto di Venezia con quella postata dalla Isoardi su Instagram, mentre è intenta a stirare la camicia del suo fidanzato.
Come prevedibile, la Isoardi stiratrice ha suscitato molte critiche: intervistata nel merito, ha consolidato la sua posizione dichiarando che
“una donna deve saper stare all’ombra del suo uomo”.

Poi la giurassica sarei io.

Dal mio punto di vista la Isoardi cerca di sfruttare ogni occasione per innescare una reazione nel pubblico – positiva o negativa poco importa, purché se ne parli – e sul web viene considerata, anche da molte donne, “una furba”,
in un’accezione positiva del termine.

Con dispiacere vado constatando che le donne, soprattutto nelle nuove generazioni, non si risentono dello sfruttamento del corpo femminile e, anzi,
lo ritengono un legittimo mezzo attraverso il quale ricavarne un tornaconto:
e la Isoardi ne diventa il paradigma.
Questa distorsione mi pare non possa contribuire al processo di uguaglianza tra sessi: la valuto, al contrario, una degenerazione del pensiero femminista.

A quanto sembra però, il mio è un giudizio moralistico, mentre lo ritengo semplicemente etico.
Che mi sfugga qualcosa?

Ormai la decadenza della società – in tutti i suoi aspetti – sta avanzando con passi da gigante, dove chi grida più forte ha ragione, l’educazione è diventata una faccenda da idioti, e i furbi sono idolatrati come Dei.

Molti anni fa conobbi un austero signore, il quale sosteneva che
“i furbi sono dei cretini che si credono furbi”:
non l’ho mai dimenticato.
Forse sarà per questo che alla furbizia ho sempre preferito l’intelligenza.

Per quanto possa valere la mia opinione, credo che le donne, attraverso l’intelligenza appunto, debbano raggiungere una vera parità di genere senza scorciatoie ambigue, rivendicando uno spazio che ancora latita,
senza dover far ricorso al recinto delle quote rosa (che orrore!)
o della mercificazione del proprio corpo.

La strada da percorrere mi pare sia ancora in salita, ed è una cosa molto triste.

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LA SMILZA

foto articolo

E’ mattina: in cielo si addensano delle nuvole intervallate da sprazzi
di azzurro e fa caldo.
Mentre cammino nel mezzanino della metropolitana verso l’agenzia,
penso un po’ svagata: “Ma com’è che è già luglio e neppure me ne sono accorta?”
Poi la vedo, o meglio, noto una figura controluce che mi viene
incontro e soffermo lo sguardo, incuriosita da quell’incedere
traballante, insicuro.
E’ una donna alta e smilza, di quelle senza curve e piatte come
un’asse di legno.

E’ buffa e la osservo con curiosità: ha la frangetta corta, di quelle
che lasciano scoperta mezza fronte, dando al visto un tono sbarazzino;
i capelli hanno un colore indefinibile tra l’arancione e il rosa, non
so distinguerlo.
Indossa una camiciola a quadretti bianchi e rossi, chiusa fino al
collo, un paio di jeans enormi e svolazzanti, dove pare fluttuarci
dentro, non so bene se per la sua magrezza o per l’ampiezza del
pantalone.
Porta delle scarpe rosse, dalla punta a sfera come quelle di Topolino.
Penso che, invece di essere così appariscente, avrebbe potuto vestirsi
con maggiore sobrietà, vista la non più giovanissima età e l’andatura
claudicante.
Siamo ormai parallele e butto l’ultimo sguardo su questa donna così particolare.
All’improvviso, vengo folgorata dal pensiero che il suo modo di
camminare derivi da una malattia e il suo abbigliamento eccentrico sia
una rivendicazione, che afferma:
“Io esisto”.
Ed ecco il mezzanino della metropolitana trasformarsi in una
passerella, dove lei può sfilare con orgoglio i suoi jeans troppo
larghi, le scarpe rosse da Topolino e i suoi capelli dal colore
indefinito.
Ed è bellissima.

 

 

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IL DOLORE

dolore

La metropolitana aveva subito un piccolo guasto provocando ritardi e, a causa di questi, stavo attendendo più del dovuto il treno che mi avrebbe portato in centro.

Col passare dei minuti la banchina si assiepò di gente e quando finalmente il treno arrivò alla fermata, faticai a salire sul vagone.
Ebbi una fortuna sfacciata, perché quasi subito si liberò un posto, che naturalmente occupai.
Per ingannare il tempo presi in mano il mio smartphone, isolandomi da ciò che mi circondava.

Si liberò il posto alla mia sinistra, che venne occupato da una giovane donna, impegnata in una conversazione con una sua amica rimasta in piedi, ma non prestai attenzione ai loro discorsi:
figuriamoci, stavo guardando i gattini di Instagram!

Improvvisamente la ragazza seduta aumentò di un’ottava il tono di voce, e udii:

“Cosa guardi?”

ma presupposi che stesse parlando sempre con la sua amica.

Mi sbagliavo, perché la sentii rivolgersi in modo aggressivo a un uomo in piedi a poca distanza, e gli disse:

“Stai guardando le mie braccia?”

A quel punto fui catturata dalla situazione, ma riuscii a frenare l’istinto di guardare i due personaggi.
L’uomo rispose a bassa voce qualcosa che non udii, e lei, sempre più agitata e ostile, gli rispose:

“Si, è vero, io non sto bene, ma neanche tu stai bene.
Solo che io ne sono consapevole, mentre tu lo ignori.
Comunque guarda da un’altra parte, che è meglio!”

e accompagnò le sue parole con un gesto della mano, come a indicare una direzione lontana.

Ne colsi il movimento con la coda dell’occhio e dominai la mia curiosità non distogliendo lo sguardo dal display del cellulare, ma avrei voluto guardare quelle braccia per afferrare un suggerimento e comprendere il suo disagio, trovare una traccia di quell’inquietudine così incontenibile.

Però non riuscii a trattenere il pensiero che anche il dolore ha la sua arroganza.

Poi scesi dalla metropolitana e mi sentii triste.

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LETTERA A GIAMPI

Caro Giampi,

ci siamo conosciuti qualche giorno fa, nella tua bellissima casa, in Veneto.
Quando il tuo papà Mario ha detto: “Lei è Ottobiscotto”, Tu hai ripetuto “Otto” con la voce ancora da fanciullo – nonostante i tuoi sedici anni – e senza guardarmi.

Sei una delle rare persone che non si è incuriosita del mio soprannome, però ho voglia di spiegartene il significato.

Lo scelsi tanti anni fa, perché l’otto è un numero affascinante, che racchiude in sé molti significati: uno su tutti è l’Infinito.
Poi, al numero Otto aggiunsi l’assonanza “Biscotto” perché mi sembrava buffo e dolce, senza comunque risultare smielato, e perché alcuni biscotti possono anche non piacere: proprio come me.
Insomma, sentivo che mi rappresentava: e così nacque Ottobiscotto.

Quell’unica parola che mi hai rivolto – Otto – ha continuato a girarmi nella testa come un’eco insistente, e mi ha indotto a scriverti queste righe.

Se otto è l’Infinito, allora è di tutti, perché ogni individuo è unico, inimitabile e, in un certo senso, smisurato.
Anche Tu hai l’infinito dentro, ma non riesci a esprimerlo, perché delle maledette sinapsi hanno deciso di deragliare, scompigliando tutto:
è quello che viene chiamato autismo.

Ho capito che non è una malattia, perché nell’infermità c’è una speranza di guarigione, che invece è negata a chi è colpito da una sindrome. Una condizione migliorabile, ma inalienabile.
Non ti parlerò della tua sindrome, perché non ne ho la competenza, e già Tu la vivi sulla Tua pelle.

Quello che posso fare per darti una mano è parlare di OLTRE IL LABIRINTO – Fondazione ONLUS per l’Autismo, che Mario Paganessi – il tuo papà – ha fondato qualche anno fa e di cui è Direttore nonché Rappresentante Legale.

La fondazione ha una Mission, che riporto direttamente dal sito:

www.oltrelabirinto.it

“Garantire aiuto, assistenza, salvaguardia, trattamenti, servizi e quanto necessario nella fase di crescita, di età adulta e nel durante e dopo di noi per i soggetti con autismo”.

Due righe per riassumere l’immane sforzo che alcune persone portano avanti con coraggio e costanza.

Tanti sono i progetti che la Fondazione sta cercando di portare a compimento per aiutare Te e i tuoi compagni. Già esistono obiettivi raggiunti, come il Pastificio Solidale (dove sei attivo e davvero bravo); ma ancora molto c’è da fare e, per fare, occorrono fondi.
E’ qui che posso dare davvero il mio contributo.

Anche nella prossima dichiarazione dei redditi rinnoverò il mio 5 per mille a favore della Fondazione Oltre il Labirinto Onlus (C.F.: 94126440265), una realtà che ho conosciuto e dove i fondi raccolti sono usati davvero bene.

Caro Giampi, sono consapevole di essermi dilungata troppo, e di sicuro sei già lontano da me…anche se io Ti sono vicino.

Ti mando un bacio senza sfiorarti.

Ottobiscotto

E Voi, avete voglia di aiutare Giampi?

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CIAO FABRIZIO

 

FABRIZIO

 

Non sono giornalista, e quindi questo non può essere un cocco­drillo, ma vorrei es­primere un pensiero per ricordare Fabrizio Frizzi, venuto a mancare questa notte per un’e­morragia cerebrale.

Stamane non avevo an­cora aperto gli occhi che mio marito, ne­llo svegliarmi, mi diceva: “E’ morto Fab­rizio Frizzi”, e il mio cuore ha perso un battito.
Qualcuno potrebbe pensare che sia un’es­agerazione, ma è com­unque la verità.

Ogni sera seguo con piacere L’Eredità, il programma che lui presentava con un inconfondibile tocco di leggerezza: è un piacevole appun­tamento quotidiano, rilassante dopo una giornata di lavoro, e che anticipa le news delle venti, quasi mai scevre di resoconti meno piacevoli.
Mentre mi arrabatto ai fornelli per pre­parare la cena, tendo l’orecchio alla ti­vù nel tentativo di anticipare le rispos­te alle domande che vengono poste ai con­correnti.

Ecco, pensare che lui non sarà più lì ad accompagnarmi in qu­ell’oretta di spensi­eratezza, mi rattris­ta.

Fabrizio Frizzi nelle sue trasmissioni era un delizioso padr­one di casa, un pres­entatore che ha fatto del garbo e l’educ­azione il suo marchio di fabbrica, e per il quale oggi tutti lo ricordano con aff­etto.

Era un uomo capace di autoironia, qualità rarissima in un mo­ndo – quello televis­ivo – stipato di per­sonaggi arroganti, sp­esso troppo concentr­ati a prendersi sul serio per essere anc­he autorevoli.
Invece lui, con il rispetto della propria identità e del suo pubblico, è stato in grado di ri­tagliarsi uno spazio dignitoso con tanti programmi popolari di successo.

“Se ne vanno sempre i migliori”, recita una frase un po’ retorica; ma se penso che al posto di Fabrizio Frizzi dovremo sorbirci anco­ra Vittorio Sgarbi, non credo sia un luo­go comune così sbagl­iato: almeno non lo è in questo caso.

Ciao Fabrizio, mi ma­ncherai in modo… “Meraviglioso!”

 

 

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FRIDA

Autoritratto-con-treccia-Frida-Kahlo-analisiAlcuni giorni fa sono stata al Mudec per vedere “Frida Kahlo – Oltre il mito”, la mostra monografica sulla pittrice messicana.

Il tentativo del curatore è di superare l’archetipo di una Frida assurta a icona pop, un itinerario diviso in quattro sezioni tematiche: Donna, Terra, Politica e Dolore.

Oltre ai suoi dipinti, è possibile osservare i diari, le foto, la deliziosa corrispondenza e molti altri documenti, che fanno comprendere quali siano state le influenze caratterizzanti il suo pensiero artistico, politico e femminile.

Il tentativo di demistificare l’icona-Frida è ben riuscito e, finalmente, riemergono sia l’artista che la donna, due ambiti imprescindibili e indissolubili, come è giusto che sia.

E’ risaputo che l’arte di Frida sia stata profondamente influenzata dagli eventi traumatici che subì durante la sua vita (l’incidente, l’aborto, il tormentato rapporto con il marito Diego Rivera) e che hanno contribuito a trasformare la sua immagine in un feticcio, un idolo che però ha oscurato il suo talento.

Perché è innegabile che Frida sia una vera artista, e percorrendo la mostra se ne ha la conferma, ove mai ce ne fosse stato bisogno.

Uno sguardo distratto potrebbe considerare i dipinti di Frida come “naif”, svalutando così sue le doti artistiche ad arte minore, ma un occhio più attento non può sminuire il proposito della pittrice di aderire a un codice pittorico solo in apparenza semplice e comprensibile.

I rimandi agli ex-voto e all’arte precolombiana sono un linguaggio espressivo nient’affatto casuale, dove è inequivocabile la sua volontaria cifra stilistica, che trova pieno equilibrio nella sua maturità artistica, dove si collocano le sue opere migliori.
La sua è una “rivendicazione artistica” che allude alla sua cultura, al suo pensiero e al suo vissuto.

A causa della sua periodica immobilità fisica, Frida ritrasse soprattutto se stessa, senza autocompiacimento e commiserazione, esorcizzando le sue sofferenze attraverso l’arte e traslandole sulla tela.
I suoi sono quadri eseguiti con pennellate precise, intrisi di colori squillanti a far da contrappunto allo strazio che raccontano: un luogo metafisico dove cristallizzare la sua resilienza.

Dipinse quasi esclusivamente quadri di piccole dimensioni, esigenza dettata per ovviare alle limitazioni imposte dai busti ortopedici, dalla sedia a rotelle o dalla costrizione del letto; ma a me piace pensare che il volume ridotto delle sue tele fosse in opposizione ai vasti murales del marito.

I suoi intensi autoritratti ritraggono una bellezza anticonformista e rivoluzionaria, rimarcando un canone estetico iconoclasta, che Frida accentua con orgoglioso puntiglio per sottolineare la propria “messicanità”:
le labbra serrate e serie, incorniciate da evidenti baffetti;
gli occhi sormontati da sopracciglia unite – folte e nere, atte a suggerire ali d’uccello – sovrastanti lo sguardo sempre rivolto all’osservatore, che stabiliscono un silenzioso dialogo tra l’artista e lo spettatore.

Quegli occhi mi parlano sempre, avvolgendomi nel loro magnetismo comunicativo, instillandomi tumulti emotivi.

Uno sguardo volitivo e intelligente che mi piacerebbe avesse la forza di oltrepassare la banalizzazione dell’icona globale che è diventata e che campeggia ovunque, come fosse una Marylin qualsiasi.

Sarebbe bene ricordare che Frida non è stata e non sarà mai una bionda.

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SPERANZA

immagini.quotidiano.net

Dell’episodio ne hanno parlato ampiamente nei Tg sia locali che nazionali e anche io ho visto il video del salvataggio di Mohamed, il bambino caduto dalla banchina della metropolitana di Milano.

Il fatto è ormai arcinoto:
il piccino si trova seduto accanto alla madre quando, imprevedibilmente, si alza e attraversando la banchina di corsa, cade sui binari.
Subito dopo arriva un ragazzo che, senza alcuna esitazione, scende e recupera il piccolo per poi risalire e mettersi anch’egli al riparo dal pericolo.
Poi si verrà a sapere che l’operatrice addetta alla sorveglianza stava monitorando le telecamere e, accortasi della situazione, aveva bloccato il treno in arrivo.

Il video dura una manciata di secondi appena, ma al termine della visione è impossibile reprimere un sospiro di sollievo per una storia a lieto fine.

I due protagonisti di questo evento sono Lorenzo Pianazza e Claudia Castellano.

Il clamore del gesto ha fatto sì che anche il sindaco di Milano Beppe Sala abbia convocato i due attori a Palazzo Marino per complimentarsi.

Qualcuno ha detto che si può essere eroi, anche solo per un giorno.
Loro lo sono stati?
Forse è un azzardo definirli così; in fondo per Lorenzo è stato un gesto istintivo, mentre Claudia stava solo facendo il suo lavoro.

Diciamo la verità: in questa storia si oltrepassa un pregiudizio, anzi due.

Il primo è quello di considerare gli adolescenti come individui indolenti, egoisti e autoreferenziali, spesso violenti e poco inclini alla pazienza.
E’ un preconcetto anche indotto da notizie di cronaca poco rassicuranti e sempre più frequenti, dove i giovani si rendono talvolta protagonisti di gesti prepotenti e odiosi.

La seconda preclusione è rivolta ai dipendenti dell’Azienda dei Trasporti Municipali, spesso etichettati come fannulloni, disinteressati e poco empatici con gli utenti, scarsamente zelanti nello svolgimento delle proprie mansioni.

A sparigliare le carte arrivano loro: un ragazzo di diciotto anni e una giovane donna.

Ecco Lorenzo, che mette a repentaglio la propria vita per salvarne un’altra e si schernisce ai complimenti, giustificando il suo gesto come la normalità, e che invece consuetudine non è.
Poi c’è Claudia, una donna consapevole di avere un ruolo significativo per la sicurezza dei passeggeri e che quindi svolge il suo lavoro con scrupolosa attenzione.

Ci stupiamo di entrambi, forse perché siamo così assuefatti al cinismo dei tempi da esserci disabituati all’altruismo, considerando la generosità gratuita quasi sospetta e il rigore professionale una rarità.

In questi tempi rissosi, violenti e divisivi il loro gesto ci restituisce l’umanità di cui saremmo capaci e ci insegna che di sicuro non è ancora tutto perduto.
La speranza è forse l’ultima a morire per davvero.

P.S.
Sarebbe cosa buona e giusta che Lorenzo e Claudia fossero candidati all’Ambrogino d’Oro 2018.

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UN PICCOLO ESPEDIENTE

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Prima delle vacanze estive mi era toccato andare presso l’ufficio anagrafe del comune di Milano per procurarmi un documento.
Preso il mio numero dal dispencer mi sedetti, aspettando pazientemente il mio turno che sembrava non dovesse arrivare mai.
Il numero progressivo che indicava la fila assegnatami non avanzava, nonostante il passare dei minuti.
Preciso che presso tutti gli uffici comunali – e non solo – è in vigore la regola delle corsie preferenziali, per cui le donne in stato di gravidanza o chi ha bambini al seguito hanno diritto di precedenza con una fila dedicata.
Trovo corretto dare priorità a costoro, ma quando l’attesa arrivò all’ora e mezza fui assalita dal sospetto che le pance fossero finte e i bimbi presi in prestito.
Se le statistiche demografiche italiane confermano una decrescita della popolazione, che è pericolosamente vicina allo zero, non riuscivo a spiegarmi la presenza di una flotta di donne gravide e un drappello di marmocchi (ad onor del vero non me lo spiego neppure adesso).

Quando i minuti si erano trasformati in un’ora passata, le persone – o meglio i cittadini, come gli impiegati comunali definiscono gli utenti – cominciarono a essere esasperati dalla lunga attesa.
Un signore, seduto un po’ distante e parecchio spazientito, si mise a gridare allo scandalo, dando così la stura a un brusio diffuso di lamenti: ognuno aveva la sua rimostranza.

Una signora anziana seduta accanto a me disse che aveva tentato di procurarsi ciò che le serviva tramite il sito del Comune di Milano, ma a causa di un malfunzionamento dello stesso, era stata costretta, suo malgrado, a venire di persona e perdere così tutta la mattinata, con suo grande disappunto.
Una tizia ossigenata e non più giovane, si avventurò in un discorso strampalato, ingiuriando indifferentemente politici corrotti e cittadini stranieri, in un concentrato di luoghi comuni e odio al limite della xenofobia.
Sosteneva che gli “itagliani” (sì, diceva proprio itagliani!) per tutelarsi ormai devono difendersi da soli.
Rivendicò con orgoglio la sua intenzione di procurarsi a breve uno spray urticante al peperoncino. Con il tono della voce sempre più stridulo dichiarò: “Gliela faccio vedere io a ‘sti qua: gli faccio passare la voglia, che non c’ho mica paura io!”.
La bionda mi guardava ammiccando e forse sperava di trovare in me una sponda.
Rimasi in silenzio, in un mutismo agitato, tanta era la voglia di dirle che no, non aveva ragione e non ero per nulla d’accordo con le baggianate che stava dicendo, ma ormai porto con orgoglio i capelli grigi e non sono più tanto incline al confronto con l’ottusità, quindi rimasi zitta.

Anche un signore piuttosto giovane, che stava seduto vicino, seguiva l’arringa della bionda con interesse e quando quest’ultima parlò dello spray al peperoncino, non riuscì a trattenersi, dicendole:
“Mia cara signora, bisogna fare attenzione: se ci si dovesse trovare nella situazione di usare quello spray si dovrebbe essere più che sicuri di centrare bene gli occhi dell’aggressore, perché nel caso si sbagliasse mira, non si farebbe altro che incattivirlo, peggiorando la situazione.
Oppure ci si potrebbe trovare sottovento – che non è che in quei momenti si sta a sottilizzare – e dopo aver azionato lo spray con poca destrezza, ci si ritrova ciechi di fronte al delinquente, offrendogli l’opportunità di completare la sua azione delittuosa con estrema facilità.”

La bionda non era convinta e continuò a inveire contro i “marocchini”.
Il tizio, con infinita pazienza – beato lui – continuò nel suo ragionamento.
“Signora, si fidi: sono un agente di polizia in borghese e parlo per esperienza diretta. Davanti ad un’aggressione non si è mai troppo lucidi e se non si è adeguatamente addestrati, si rischia di fare peggio. A mente fredda quello che potrebbe sembrarle possibile, nella realtà è più improbabile.
Quello che posso consigliarle, e consiglierei soprattutto alle donne, è di procurarsi un fischietto.”

Finalmente il poliziotto era riuscito a zittire la petulante ossigenata, che replicò con un’espressione stupita e delusa: “Un fischietto? Ah,ah! E che ci fai con un fischietto?”
“Vede signora, il fischietto è un modo semplice ma efficace per attirare immediatamente l’attenzione, con il vantaggio di mettere in una posizione sfavorevole il malintenzionato, che probabilmente si darebbe alla fuga.”

La platinata rimase in silenzio, mentre io rivolgendomi direttamente al poliziotto, dissi:
“Il suo è davvero un consiglio prezioso, a cui non avrei mai pensato. La ringrazio, perché se tutti possono ritrovarsi in situazioni di pericolo, per noi donne è sempre un po’ più complicato sentirsi sicure.
Seguirò di certo il suggerimento”.

Poi si parlò d’altro finché non venne il mio turno e mi congedai dalla compagnia.

Uscita dai locali del Comune cercai subito una cartoleria e mi procurai un fischietto, di quelli che usano gli arbitri.
Da allora è allocato nella mia borsetta e quando capita di sfiorarlo, quel contatto mi conforta: è diventato un feticcio apotropaico.

Dire che il fischietto è solo un piccolo espediente è un’ovvietà, ma sono convinta che siano sempre i dettagli a fare la differenza.

 

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SPIACEVOLI INCONTRI

s.vito

C’era una volta una ferrovia che costeggiava l’Adriatico, dividendo il litorale dall’entroterra con una fenditura che sembrava una ferita d’acciaio.
In Abruzzo non c’é più, sostituita da una nuova linea ferroviaria più moderna, che attraversa la regione in gallerie e pianori.
Nel tratto di San Vito Chietino i vecchi binari sono stati trasformati in una strada pedonale panoramica, con quei sassi tipici delle ferrovie, irregolari e aguzzi.
Nel mio soggiorno abruzzese ho percorso quel sentiero ogni giorno.
Dalla piccola spiaggia di sassi levigati dal mare mi avviavo con lentezza attraverso la viuzza per raggiungere un bar appena distante, per il mio caffè pomeridiano.
Nel percorrere il sentiero, a tratti ombroso, mi godevo una lussureggiante e verdissima macchia mediterranea, in contrasto al cielo senza nuvole e il blu del mare.
Il vocio dei bagnanti mi raggiungeva smorzato dalla barriera di canne, mosse da una leggera brezza.
I passi erano scanditi dall’incessante frinire delle cicale, che sembrava accompagnare il mio procedere.
A metà percorso mi investiva l’inconfondibile odore di un albero di fico, un profumo d’estate ideale per quel tratto finale della passeggiata e per i miei svagati pensieri.
Era un momento intimo, una pausa dallo sciabordio delle onde, dalla luce e dal caldo.
Arrivata a destinazione, prendevo posto in uno dei tavolini all’ombra e consumavo con calma il mio espresso, sempre accompagnato da un bicchiere di acqua fresca offerto dal barista, un ragazzo che, con il passare dei giorni, aveva imparato a riconoscermi e a servirmi la consumazione senza che gliela dovessi chiedere.

In uno di quei bei giorni di vacanza stavo percorrendo il tragitto per tornare in spiaggia; come al solito camminavo con lentezza e soddisfazione quando, arrivata a metà percorso, ho visto – ancora distante da me – un uomo in piedi vicino a una motoretta, ma rivolto dalla mia parte.
Subito mi catturò il suo movimento ritmico, come se fosse rimasto in panne e stesse manovrando per riuscire a ripartire; ma i miei occhi non sono più quelli di una volta, così dovetti insistere con lo sguardo, accorgendomi invece che il tipo si stava masturbando.
Ebbi un attimo di esitazione, e mi voltai indietro per capire se stesse arrivando qualcuno.
Non c’era anima viva: eravamo soli, io e lo stronzo.

Procedetti comunque senza aumentare la mia andatura e, come se non esistesse, lo superai senza degnarlo di uno sguardo.
Mentre gli passavo accanto, sul lato opposto della strada, abbassai però leggermente il capo, sentendomi trafitta dai suoi occhi e dalla sua lascivia.
Ammetto che il comportamento di quel pervertito mi aveva colta di sorpresa, così feci l’unica cosa che mi sembrava giusto fare in quel momento: sfoggiare una totale noncuranza.
Non tradii alcun turbamento – che al contrario provavo – privando il povero onanista dell’eccitazione che avrebbe probabilmente voluto procurarsi attraverso un mio disagio.
E’ risaputo infatti che certi molestatori traggano soddisfazione proprio dall’imbarazzo provocato nelle donne o, peggio ancora, dalla loro paura.

Arrivata in spiaggia, mi sedetti sulla sdraio e raccontai l’accaduto a mio marito.
Più parlavo e più mi montava una rabbia aspra e cattiva.
Decidemmo di ritornare sui miei passi per affrontarlo, ma non lo trovammo, e forse fu un bene.

Tornammo in spiaggia, ma non riuscivo a distogliere il pensiero dall’accaduto; al mio posto avrebbe potuto esserci una ragazzina o una persona più indifesa di me.
Maledissi quel porco (con tutto il rispetto per i maiali), e la mia collera mi faceva fantasticare sul come avrei potuto avvicinarlo durante la sua squallida esibizione, per deriderlo e sfotterlo per la sua dubbia virilità.
Oppure avrei anche potuto prenderlo a sassate per farlo desistere (ebbene sì, l’ho pensato, ma ero veramente arrabbiata per essere anche lucida).

Nei giorni successivi non mi scoraggiai dalla probabilità di rincontrarlo, e rifeci lo stesso percorso sempre da sola, rifiutando l’invito di mio marito che si era offerto di accompagnarmi.
Non potevo permettere che un imbecille mi privasse di un piccolo piacere: non gliela avrei data vinta.

A ripensarci adesso recrimino solo di aver abbassato la testa – seppure impercettibilmente – come se fossi stata io quella che avrebbe dovuto vergognarsi e non il contrario.
Invece avrei dovuto avanzare a testa alta, con fierezza.
Eppure credo che perfino questo dettaglio sia sfuggito all’omuncolo in questione, in quanto troppo occupato nella sua perversa manovra.

Oggi mi rammarico di quel mio gesto istintivo, che nella sua apparente insignificanza mi ha rivelato quanto sia ancora arduo per noi donne estirpare il veleno dei condizionamenti educativi e sociali, e ho come il sospetto che non si troverà tanto presto un antidoto a questa stramaledetta tossina.

Però mi sono fatta una promessa: se dovessi trovarmi ancora di fronte un segaiolo, l’ultima cosa che farò sarà abbassare la testa.

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LA TAZZINA DI CAFFE’

tazzina di caffè
Alcune settimane fa mi capitò un episodio a cui ripenso ancora, segno che qualche perplessità mi è rimasta addosso.

Avevo fissato un appuntamento con un cliente per il lunedì successivo, alle nove della mattina in pieno centro.
Già dalla domenica sera percepivo una leggera ansia perché non volevo arrivare tardi e, a maggior ragione, per l’inconsueto luogo dove si sarebbe dovuto svolgere.
Il signore che avrei dovuto incontrare aveva infatti suggerito il rendez-vous presso i tavolini di un bar in Corso Italia, anziché il solito appuntamento presso il suo ufficio; ora lavora fuori Milano, e questo trasferimento – rafforzato anche dal pretesto di un suo successivo appuntamento proprio in zona – giustificava l’inconsueta liturgia.
D’altronde quella sarebbe stata l’unica opzione che la sua agenda gli consentiva: prendere o lasciare.

Così mi trovai nella condizione di non poter rifiutare, ma ancora adesso ho la netta sensazione che alla fine non avesse voglia di complicarsi troppo la vita.

L’incontro non ci avrebbe preso troppo tempo, ma la scelta di campo non mi parve comunque la più idonea per un appuntamento di lavoro, non tanto per il luogo in sé, ma piuttosto perché il cliente è uno di quelli ostici: per raggiungere un rapporto di minima cordialità ho impiegato anni, riuscendo con fatica a limare la sua ruvidezza di carattere, conseguente  probabilmente a una certa timidezza di fondo tradita da uno sguardo sempre sfuggente.

L’espediente che mi permise a suo tempo di fare breccia nella sua impenetrabilità fu parlare di running.
Non ricordo come ci arrivammo, ma è stato l’unico argomento che sia riuscito a creare con lui un’impercettibile empatia, condizione che ritengo indispensabile per il mio lavoro.

Quindi il bar pensavo non fosse il luogo idoneo né per ciò di cui avremmo dovuto discutere, né tantomeno per avere un’interazione accettabile, ma non ebbi scelta.

Arrivai puntualissima e lo trovai ad aspettarmi lì davanti come una vedetta, mentre il mio disagio si acuiva.
Entrammo.
A Milano è impossibile sedersi ad un tavolino di un bar senza ordinare, ma nonostante non ne avessi voglia, mi costrinsi a bere un caffè, così come lui.

Per fortuna le cose andarono per il verso giusto: in una decina di minuti riuscimmo a consumare la bevanda, chiudere la trattativa e persino accennare qualche battuta sul running.
Finito il nostro colloquio e, prima di congedarci, ci alzammo per recarci alla cassa.
Nel breve tragitto lo anticipai di un passo, chiedendogli il permesso di offrire il caffè.

Confesso: lo feci più per un riflesso incondizionato che per convinzione, ma mi sarei aspettata un netto rifiuto.

Quello, al contrario, come se non aspettasse altro, acconsentì al volo;
mi strinse la mano ringraziandomi per “la squisita disponibilità” e scomparve in un secondo, lasciandomi in piedi presso la cassa come un’ebete.

Rimasi per un secondo immobile, con le mani inerti sulla borsetta e uno sguardo interdetto, mentre il cassiere cominciava a spazientirsi, perché in questa città siamo sempre di corsa ed è buon uso non stare in fila più di quanto non sia necessario.
Pagai e uscii dal locale, ripensando al comportamento del tizio.

Sarà che sono abituata a Pakoloco (mio marito).
Lui non si farebbe pagare da una donna neppure un bicchiere d’acqua;
e non si pensi che il suo sia un atteggiamento machista, perché è semplicemente innata gentilezza.

Per mia fortuna non mi manca l’euro per un caffè, e spesso mi capita di offrirne con enorme piacere (anche a degli uomini), ma la sgradevolezza del gesto e la noncuranza del mio cliente mi hanno davvero colpito: neppure il minimo accenno a contraccambiare la cortesia, come se fosse scontato, dovuto.

Ribadisco: con questo uomo non vi è né confidenza né particolare empatia e, in fondo, mi sta anche un po’ antipatico.

Poi ho pensato a due cose.

La prima è che il tipo in questione sia più femminista di me e abbia trovato del tutto naturale farsi pagare un caffè, nonostante gli avessi fatto un evidente favore recandomi da lui.
L’altra ipotesi è che sia un gran maleducato.

Oppure c’è una terza giustificazione.

Come disse quella sagoma di Igor nel cult-movie Frankenstein Junior: “Potrebbe essere peggio”.
Vero: potrebbe essere tirchio!

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