E’ SOLO UNA QUESTIONE DI STYLE?

scrivere

Sono abbonata al Corriere della Sera e ogni mattina è presente sulla porta di casa, pronto per essere letto durante la colazione; ormai è un’abitudine talmente piacevole da risultare irrinunciabile.
Il lato negativo è che questo abbonamento obbliga all’acquisto anche delle riviste edite con il quotidiano (mentre in edicola no), e non c’è niente da fare: o prendi tutto oppure niente.
Per quanto riguarda Sette e IoDonna non avrei nulla da obiettare perché, seppur infarciti di pubblicità, presentano articoli interessanti.
Altro discorso è Style, il rotocalco RCS indirizzato al lettore maschile.
Non saprei dire se gli uomini siano tutti così superficiali, ma il magazine è tanto patinato quanto inutile.
Indagando nel merito, ho avuto conforto nel riscontrare pareri simili ai miei, ma, come anzidetto, non è possibile rifiutarne l’acquisto.

Proprio questa settimana è arrivato sullo zerbino di casa Sette, fresco di restyling: nuovo direttore, nuova impaginazione, grafica accattivante e massima attenzione ai social. Direi bene.
Da qui si è generata una catena di pensieri che mi hanno portato a riflettere sul mio blog.

Quando decisi che avrei aperto OttobiscottoInLettere era il giugno 2013, che a pensarci oggi mi pare incredibile, non tanto per la cosa in sé, ma per la costanza che ho mantenuto, cosa sulla quale non avrei scommesso neppure io.
Invece ho accumulato post: a volte scritti discretamente, altri sono meno incisivi, ma un po’ sono orgogliosa.
Le due regole che mi diedi allora, e che valgono ancora oggi, sono:
in primis di scrivere di ciò che mi interessa – cercando di farlo al meglio delle mie possibilità – l’altra è di scrivere almeno un post al mese.
Direi che sono stata in grado di rispettarle entrambe.

Il software che pensai di utilizzare per crearlo è WordPress, un sistema che consente di utilizzare uno spazio gratuito sul web, fruibile da un potenziale vasto pubblico.
Il mio scopo è sempre stato quello di fermare su carta, o meglio su tastiera,
il mio sguardo sul mondo, per sviscerare argomenti dal mio punto di vista;
un luogo personale dove esprimere perplessità, sentimenti e riflessioni in totale libertà.
Poi se qualcuno si prende la briga di leggere ciò che ho scritto, non può che rallegrarmi, ma non è questa la molla che mi spinge a scrivere:
semplicemente mi piace farlo, se ne ho voglia e quando penso di avere qualcosa da dire.

In questi anni è capitato che qualcuno mi abbia suggerito di acquistare un dominio per un vero e proprio sito, e creare così un’area personalizzata e graficamente più accattivante.
Potrebbe essere un’idea valida, ma in tutta onestà non mi interessa granché: scrivere non è il mio mestiere e il mio blog è sufficiente a soddisfare quelle che sono le mie esigenze.
Il blog è il mio diario pubblico.
Il tentativo è quello di concentrarmi più sugli argomenti che sulle immagini o sull’uso di un tahoma o un times new roman.

Ovvio che per i magazine o i giornalisti on-line il discorso è diverso: l’aspetto grafico ha una notevole rilevanza.
Bene fanno gli editori a rinnovare le proprie riviste, che hanno il compito di aggiornarsi per stare al passo con la società e aiutare noi lettori ad una maggiore comprensione dei mutamenti del costume, della politica e del mondo in generale.
E però c’è un però.

Non ho potuto fare a meno di notare che, soprattutto nei blog, c’è molta superficialità e un allarmante appiattimento del linguaggio, con variazioni stilistiche discutibili o, peggio ancora, con errori grammaticali grossolani (per non parlare del congiuntivo, ma su questo dovrei scrivere un altro post).
Mi pare sia in auge un registro di scrittura apparentemente vivace e ammiccante, ma molto poco personale.
Spesso un articolo non ha un codice riconoscibile, mentre al contrario dovrebbe sempre presentare la cifra stilistica dell’autore.
Leggo spesso articoli infarciti di lessico gergale, rimandi sottintesi e quasi incomprensibili, dove è davvero difficile distinguere chi abbia scritto cosa.
Il tutto confezionato in spazi graficamente ineccepibili, con link, belle foto e quant’altro.

Forse che stia diventando una vecchia brontolona, anche un po’ tonta, che non riesce a penetrare le incomprensibili parole dei blogger più giovani e moderni?

Mi sbaglierò, ma sono convinta che quando ci siano di mezzo le parole
la sostanza valga di più dell’apparenza.
Style docet.

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NON VADO SEMPRE DI CORSA

correreMarzo volge al termine in coincidenza con l’arrivo della primavera, che porta con sé quella voglia di stare all’aria aperta per godere del tepore delle temperature e delle giornate più lunghe.

Essendo una runner, di solito accolgo questa stagione con gioia, perché durante l’inverno mi dura più fatica applicarmi a questo sport:
uscire di casa e correre per un’ora a basse temperature – spesso al buio e con intemperie che spaziano dalla nebbia, alla neve o al ghiaccio – non sono condizioni che definirei essere propriamente una gioia, ma è risaputo che lo stoicismo dei corridori è assimilabile al masochismo…

Vista da uno sguardo esterno, capisco che la reiterazione di quel gesto atletico possa sembrare un’ottusità, ma il runner procede con ostinazione nello sfiancarsi senza curarsi del giudizio dei profani, che faticano a comprendere come un individuo possa procurarsi tanta sofferenza volontaria esercitando tale attività.

Ad essere sincera credo che il runner si senta una specie di super-eroe e che il suo super-potere sia quello di reggere l’acido lattico, la schiena dolorante, le vesciche, gli arrossamenti epidermici e amenità varie.
Io non tanto: diciamo che il mio è un micro-potere, ma vabbè.

Esiste tutta una retorica della corsa, che rimarca l’epica del sudore,
della sopportazione al dolore, del procedere un passo dopo l’altro per il raggiungimento del traguardo di una gara, alla felicità che si prova a migliorare una prestazione.
Tutto vero, ma a mio parere sono discorsi così autoreferenziali che dovrebbero essere arginati ai soli praticanti, che agli altri procurano solo una noia mortale (quindi sto annoiando anch’io: molto bene).

Lo dico a chiare lettere:
la faccenda che dopo una corsa ci si senta bene perché aumentano le endorfine è una mezza verità; o meglio è sicuramente vero (pare sia scientificamente provato), ma lo è un po’ meno per me, che faccio sempre fatica e tante volte mi chiedo perché continui sottopormi a tutto ciò.

Da qualche mese però sono ferma a causa di una fascite che tormenta i miei piedi a fasi alterne e che ancora non sono riuscita a debellare definitivamente.
Questo disturbo è piuttosto doloroso e per la guarigione sono contemplate delle terapie fisiche e il riposo, cose che mi hanno costretto ad una battuta d’arresto.

La situazione, coincidendo con l’inverno, non ha alimentato alcun senso di colpa, che al contrario provo sempre se salto per pigrizia una sessione;
ma con il sopraggiungere della bella stagione comincio a fremere e ho una gran voglia di ricominciare (a farmi del male).
Dovrò rinunciare anche alla staffetta della Milano Marathon del prossimo 2 aprile, ed è un vero dispiacere non poter partecipare.

Allora non mi resta che prenotare un altro ciclo di onde d’urto che, nonostante siano davvero dolorose, sono l’unica soluzione efficace a questa patologia.
E chissà che entro la fine del mese prossimo non possa rimettere ai piedi le mie scarpette e tornare a correre sulla mia adorata Martesana senza per questo sentirmi Wonder Woman.

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DJ FABO

fabioFabio è un amante della vita, quella vera.
Ha fatto mille mestieri: dall’assicuratore al geometra, ma presto si dedica alla musica, che è la sua vera passione.
E’ felice quando può suonare per il divertimento degli altri e diventa così DJ Fabo, un professionista molto ricercato.

La musica lo porta ad incontrare molte persone e a viaggiare alla ricerca di nuovi orizzonti.
Trova anche l’amore di Valeria, una ragazza speciale.

La vita di Fabio è come una biglia d’acciaio che rimbalza da un lato all’altro di un flipper.
Din… Din… Din-din-din-din… Ta-ta-ta-ta … Ta-ta-ta… Ft Ft… Ft-ft-ft-ft…
Il gioco sta andando benissimo, accumula punti, in un fantasmagorico sfavillio di luci colorate e suoni elettronici.

Fino a quella maledetta sera del 13 giugno 2014.
Al rientro da una serata di lavoro si verifica un incidente stradale violentissimo: Fabio viene sbalzato fuori dall’abitacolo dell’automobile.
Si salva, ma riporta lesioni permanenti pesantissime: cieco e tetraplegico.

Tilt.

La vita subisce una battuta d’arresto, ma Fabio sente di poter ancora sperare in un recupero.
Tenta numerose strade atte allo scopo: riabilitazione, cure sperimentali, farmaci all’avanguardia.
Nulla da fare: quelle luci non ne vogliono sapere di riaccendersi; quella sfera grigia rimane statica e il gioco è sempre sospeso.

La speranza di un possibile recupero – anche solo parziale – svanisce.
Inizia così un percorso senza prospettive.
L’unica certezza è quella di essere bloccato a letto “immerso in una notte senza fine”, come spesso dice.

Intraprende una battaglia per poter concludere la sua esistenza, ma in Italia – uno Stato laico – gli è negata questa opzione.
Fabio viene affiancato nel suo percorso di richiesta di eutanasia dall’Associazione Luca Coscioni, l’organizzazione che ha presentato una legge per il testamento biologico e che giace inascoltata in Parlamento da oltre due anni.

Perché, diciamola tutta: l’eutanasia è una decisione personale davvero molto difficile.
Nessuno può arrogarsi il diritto di mantenere in vita un individuo contro la sua volontà, men che meno uno Stato che si definisca laico e democratico.
Questa scelta – ribadisco – individuale, non può essere opposta a una teoria religiosa, che è e rimane un percorso rispettabile, ma personale e strettamente privato.

Mi chiedo cosa succederebbe se uno Stato imponesse la soppressione di una persona che vive in condizione vegetativa.
Non sarebbe egualmente inaccettabile?
E perché, dunque, può essere tollerato il suo contrario?

Se la memoria non mi inganna, ricordo che a catechismo si insegna che un certo Signore con la barba ha regalato all’Uomo il libero arbitrio.
Lasciamo quindi libertà di decisione all’individuo che, nel caso, ne risponderà in proprio.

A nulla vale l’appello di Fabio al Presidente Mattarella per sollecitare la definizione della legge sull’eutanasia, perché anche se il Capo dello Stato agisse in tal senso con solerzia, Fabio non ha più tempo, non può più aspettare.
Continuare a esistere gli è insopportabile, perché quella vita così com’è non è più vita e, di certo, non è quella che vuole.

Non gli rimane che espatriare in Svizzera, ed essere ricoverato presso una clinica specializzata nel suicidio assistito.
Può così recedere da quella non-vita e farlo con la dignità che ritiene di meritare.

Oggi Fabio ha scelto di morire.

Si può condividere la sua scelta o essere contrari, ma la sua decisione merita il rispetto di tutti.

Il flipper spegne tutte le sue luci, ed è GAME-OVER.

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LA PAZZA DELLA PORTA ACCANTO

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“Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra.
Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio
non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”.
Alda Merini
Al Teatro Menotti è andata in scena la rappresentazione della pièce teatrale “La pazza della porta accanto”, riduzione del libro di Alda Merini, a opera di Claudio Fava, per la regia di Alessandro Gassmann, ove si racconta la vita della poetessa nel periodo del suo ricovero in manicomio.Con mio marito decidiamo di andare presso il teatro alla spicciolata, sfidando la fortuna, il freddo e la pigrizia di una grigia domenica di gennaio.
La buona sorte ci assiste e riusciamo a trovare i biglietti.

Seduta in sala, sono consapevole che lo spettacolo avrà un certo tipo di impatto emotivo e questa coscienza la percepisco collettiva.

Mi viene suggerita dalla tensione che creano le luci gelide, funzionali a sottolineare una scenografia di fredde pareti grigie e sbarre metalliche,
dallo schermo quasi impercettibile antistante il palco,
che proietta oniriche immagini davanti alla scena:
un velo quasi invisibile dagli effetti oleografici,
che separa gli spettatori da ciò che viene raccontato,
creando una distanza fisica labile, ma presente.
I matti sono loro, oltre quel velo di pregiudizio.

C’è silenzio nella sala, un silenzio teso e oscuro.
Muti e seduti, noi spettatori assistiamo al divenire del racconto con partecipazione angosciata.

Le attrici sul palco interpretano il ruolo delle internate:
ognuna descrive la propria nevrosi con una recitazione volutamente stereotipata ma arginata, così definita per fare da contrappunto a quella della protagonista – la brava Anna Foglietta – che, al contrario, recita senza inutili eccessi, descrivendo con intensità il tormento, il dolore, il disperato bisogno d’amore e di libertà di Alda.

Questo doppio registro interpretativo viene rimarcato anche dalla recitazione dell’uomo di cui Alda si innamora, ricambiata.
Il personaggio è volutamente distorto, descritto come una tragica macchietta: compromesso dalla sua malattia, rassegnato e talmente sconfitto che anche l’amore di e per Alda non riuscirà a sollevarlo dalla propria follia.

La narrazione prosegue, ma c’è un particolare ad attrarmi irresistibilmente:
il ventre gonfio di una compagna di manicomio di Alda.

Nonostante lo scorrere del tempo, mentre la trama si dipana,
quel grembo rimane sempre prominente, come a sfidare le leggi della natura.
Suggerisce un’attesa infinita, un divenire perpetuo e sempre uguale a se stesso, inesorabile nella sua irresolutezza.

Si arriva all’epilogo, e con esso la libertà dei malati, che grazie alla Legge Basaglia, possono riconquistare la libertà.

Niente più elettroshock, docce gelate, sbarre e cinture di contenzione.
Basta alla sofferenza coatta.

Ed ecco alzarsi quel sipario velato, che squarcia una nuova realtà,
inondando le donne malate – uniche presenze sul palco – da una luce calda, accogliente.

Le internate sono finalmente libere:
sembrano confuse e felici di una gaiezza bambina.

Senza parole la donna pregna alza le vesti e sottrae dalla sua pancia gravida un palloncino: è verde, verde come la speranza, come una promessa lieve.
Una camera d’aria che si libra in alto fino a scomparire, portando con sé lo sguardo delle donne e di noi spettatori, imbrigliando i miei di commozione.

Quel che davvero mi rimarrà addosso dello spettacolo è quel palloncino verde che lentamente sale, perché quel piccolo volo è una vera poesia.

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Arriva il Natale…

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A me il Natale non piace.
Non voglio sembrare una che va contro corrente per sentirsi originale,
ma è un fatto che io nutra un’insofferenza sempre più spiccata per questa festività.

Per quel che mi riguarda, il Natale “è uno di quei giorni in cui ti prende la malinconia e fino a sera non ti lascia più” come diceva bene quella famosa canzone.

Quello spleen che avvolge come una coperta che non riesce a scaldare e,
non apportando un vero conforto, ne restituisce solo l’illusione.
O come una canzone di Elliott Smith, che se anche non l’hai capita bene,
ti cuce addosso irrequietezza,
facendoti vibrare di malinconia anche se non vorresti.
Non so se ho reso l’idea.

E’ che a Natale si è obbligati a sentirsi più buoni,
ma a me viene la carogna e – se potessi – mi chiuderei in casa per un mese, aspettando che passi.

Vorrei che terminasse in un baleno quell’eco dapprima colta in sordina – e via via sempre più intensa – che al fine assume toni roboanti,
con il suo carico di sciocchezze melense e ipocrisie malcelate.
Quell’insostenibile simulazione di gaiezza mi innervosisce:
non è reale, ma ci si ostina a crederla tangibile,
mentre quella felicità può essere solo dei bambini.

Natale è quella ricorrenza che enfatizza la solitudine di chi è già solo,
la lontananza di chi è altrove e le dolorose assenze di coloro che non ci sono più, ma che si vorrebbero ancora al proprio fianco.

Poi trovo stucchevole quel vezzo dicembrino sempre più invadente delle cene pre-natalizie, da consumarsi con persone che non si frequentano praticamente mai, perché “almeno a Natale vediamoci”:
semplici conoscenti che sotto le festività non trovano nulla di meglio da fare che riempirsi l’agenda di incontri trascurabili.

Praticamente impossibile sottrarsi alla ormai diffusa abitudine di scambio di doni, troppo spesso superflui.
Per quel che mi riguarda prediligo fare sorprese quando non c’è una precisa ricorrenza, gratificandomi nel fare un regalo inaspettato e quindi meno ovvio.

Nonostante mi piacciano le tradizioni – e quando è possibile le rispetto – nutro un’avversione per la smodata quantità di cibo che viene preparata per i menù natalizi.
Come se ci si dovesse rimpinzare di leccornie solo in questo periodo dell’anno: un tempismo anacronistico di cui non capisco il senso.

E va da sé che non riesca a sottrarmi quasi a nulla, ma con il tempo miglioro, riuscendo a scansare quello che mi è veramente intollerabile.

O forse tutto questo fastidio deriverà dal fatto che il giorno successivo al Natale è il mio genetliaco e trovo alquanto sgradevole compiere gli anni ogni anno tutti gli anni, che sarebbe proprio arrivato il tempo di darci un taglio, ma pare che non sia possibile.

Ma “domani è un altro giorno, si vedrà”.

In ogni caso, Buon Natale a Tutti.

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SELFIE – Le cose cambiano

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Ammetto di subire la fascinazione delle trasmissioni trash – anche oltre quanto sarebbe lecito, ma questa è un’altra storia – con tanto di interazioni con il popolo di twitter, cosa che mi distrae e diverte.

A tale proposito ieri sera Canale5 ha messo in onda la prima puntata di “Selfie – Le cose cambiano”, la nuova trasmissione che dovrebbe rilanciare Simona Ventura, neo approdata nella scuderia Mediaset.

L’intenzione è di capire di cosa si tratti, ed è presto detto:
tramite un video-selfie inviato alla redazione, delle persone comuni chiedono un aiuto; le questioni vengono sottoposte al vaglio dei “mentori” (sono dei “vip”, diciamo così) che, in base al loro insindacabile giudizio, potranno accettare o meno le richieste inoltrate.
Se nessun mentore accetterà la richiesta, la stessa verrà respinta, ma se al contrario venisse accolta, il mentore farà da “padrino” alla causa.

Nonostante ancora non si capisca dove la trasmissione voglia andare a parare,
ne continuo la visione, aspettando di capirne di più.

Dopo il lancio dei primi video-selfie, che trattano di cose piuttosto banali, vengo catturata dalla storia di una ventenne.
La trama viene ordita con la solita dinamica dei peggiori programmi della tivù del dolore, nel quale il soggetto è di solito alle prese con una situazione disperata.
Già sento odore di bruciato, ma vado avanti, ormai troppo incuriosita dalla richiesta che verrà inoltrata e non ancora palesata e, ancora di più, dalla soluzione che la redazione escogiterà per risolvere il problema.

La ragazza vive a casa dei genitori ed è già madre di un bambino duenne.
Si alza tutte le mattine alle cinque per recarsi al lavoro presso una ditta di pulizie.
Alle otto ha già finito il turno del mattino e, se riesce a tornare in tempo, porta suo figlio all’asilo, altrimenti lo accompagna sua madre.
Il suo compagno – padre del bambino – lavora lontano e, di conseguenza, si incontrano saltuariamente.
I soldi che racimolano con i loro impieghi non gli permette di trovare quell’autonomia che tanto desiderano per affrontare un’esistenza meno precaria.

Con il volto devastato dallo scoramento, la ragazza racconta che per la sua giovane età si sta sacrificando molto e desidera una vita diversa.

La narrazione rimarca la faticosa esistenza della ragazza, insistendo con inquadrature puntate su quegli occhi tristi e già così rassegnati.
Si indugia ancora nella storia, con particolari trascurabili ma che ribadiscono a piè spinto l’insoddisfazione della ventenne.

Quindi si arriva – finalmente – al dunque:
la ragazza dice che a seguito della gravidanza, il suo corpo ha subito una pesante trasformazione per la quale prova una profonda vergogna.
Vorrebbe risolvere definitivamente questo problema e chiede alla trasmissione se possano loro provvedere alla spesa per un intervento di mastoplastica additiva e rimodellamento del seno.
La richiesta viene accolta da una mentore e vengono messe in onda le conseguenti scene della visita medica e dell’intervento.
In studio interviene la ragazza, per mostrare al pubblico il suo sorriso più raggiante e il nuovo décolleté, che una generosa scollatura fatica a contenere.

Resto basita.
Inorridisco davanti al video, perché non riesco a capacitarmi.
Pensavo che il disagio provato dalla ragazza fosse scaturito dalla precaria situazione familiare, dalla professione insoddisfacente e poco remunerata e, non da ultima, dalla lontananza forzata del suo compagno.

O forse l’ho immaginata io questa visione, anche se tutto lo suggeriva.
Mi aspettavo che la richiesta fosse mirata ad un riscatto personale,
alla possibilità di accedere a un contributo economico finalizzato a una specializzazione professionale più qualificata, o magari per ottenere una casa con affitto calmierato e poter finalmente ricongiungere la sua famiglia, cominciando così una nuova vita.
Piccoli passi per una grande rivoluzione.

Invece tutta la sofferenza che questa ragazza pativa era derivante dalle sue tette flosce: un’incoscienza devastante.

Se fossi stata io la mentore di questa ragazza le avrei negato con ferma convinzione il contributo richiesto: il mio ruolo mi avrebbe imposto di insegnarle che l’intervento da fare non era al seno, ma alla sua vita.

Avrei cercato di farle prendere coscienza della necessità di un’emancipazione personale che andava ben al di là di un’operazione estetica, spiegandole che una maggiore qualità della vita le avrebbe portato più serenità.
Le avrei suggerito di puntare più in alto delle sue tette, così da poterselo persino pagare da sola il suo intervento.

Al contrario, la sua mentore (ebbene sì, era pure donna!) stava al centro dello studio, tronfia di soddisfazione per la magnanimità dimostrata e chissà, persino ignorante del danno perpetrato.
Stava sotto i riflettori accanto alla ragazza che, piena di gratitudine e inconsapevolezza, veniva privata dell’unico aiuto che veramente le sarebbe stato utile, immolato a favore di un auditel che spero non sia arrivato e non arrivi mai.

A questo punto mi permetto di suggerire agli autori della Tivù un maggior impegno alla scrittura (vabbè che non parliamo di servizio pubblico, però…), perché anche i programmi di evasione non siano così diseducativi.

Non sono certo Aldo Grasso e forse non ho gli strumenti per una corretta critica televisiva, ma sono una spettatrice e come tale merito rispetto, lo stesso che avrebbe dovuto ricevere la ragazza in questione, che al contrario è stata usata peggio di una figurante di un film di serie B e, quasi certamente, non ne è neppure consapevole.

Alla ragazza hanno sollevato le tette, a me invece sono cascate le braccia,
e a quel punto ho cambiato canale.

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UNDICI DONNE E OTTO BAMBINI

barricateUndici donne e otto bambini.

Undici donne e otto bambini, che chiedevano un riparo temporaneo.
Gli abitanti di Goro e Gorino,
appena venuti a conoscenza della notizia di quella esigenza,
hanno eretto barricate, rifiutandone il ricovero prima ancora di incontrarli.

Non li hanno voluti nemmeno incrociare quegli occhi;
se lo avessero fatto avrebbero dovuto abbassare lo sguardo, perché constatandone l’innocuità, avrebbero potuto vergognasi della propria disumanità.
O forse non si sarebbero neppure turbati, chissà.

Undici donne e otto bambini,
che per gli abitanti di questi paesi sarebbero stati un problema, perché
recepiti come un’invasione arbitraria della loro comunità,
un pericoloso precedente di un’accoglienza più ampia: Dio non voglia!
Eppure nel delta del Po non è infrequente il verificarsi di alluvioni disastrose, che hanno costretto la popolazione allo sfollamento verso altri territori.
Che sia passato troppo tempo dal 1958 per ricordare ai Goranti che cosa sia la solidarietà?

Undici donne e otto bambini che, solo con l’ipotesi della loro presenza,
hanno fatto insorgere l’oscenità di tanta crudele avversione.

Undici donne e otto bambini, rifiutati perché “colpevoli” di essere nati – loro malgrado – in luoghi tormentati da conflitti, avere la pelle più scura, parlare un altro idioma o pregare un altro Dio.

Undici donne e otto bambini non sono numeri astratti, ma persone.
Gente permeata da una disperazione che non si augurerebbe a nessuno.
Vorrei dire agli abitanti di Goro e Gorino che,
ricusando con tanto disprezzo quella gente, hanno compiuto un gesto ignobile.

Sono convinta che sia necessario sforzarsi, tutti quanti, per fare in modo che quella stessa disperazione possa trasformarsi in speranza.

Undici donne e otto bambini  ci implorano silenziosamente di restare umani.

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TIZIANA E LA SUA SCIARPA

 

sciarpa

Chissà, forse quando l’hai vista nella vetrina del negozio, hai avuto immediatamente l’impulso di acquistarla.
Bella e colorata, avrebbe sicuramente fatto risaltare ancora di più i tuoi occhi, già così luminosi.

Quella sciarpa la immagino come un filo conduttore, che incomincia da quella vetrina e finisce sul web.

Ti figuro avvolta nella sua morbidezza, accarezzata dal suo tepore confortante: sicura di te, spigliata, bella, giovane e disinibita.

Ipotizzo che la sfoggiassi anche quando ti preparavi per incontrare gli uomini con cui facevi sesso e ai quali hai concesso di filmarti durante quei rapporti, offrendogli la possibilità di utilizzare quelle immagini a loro piacimento.
Lo hai fatto senza riflettere, perché probabilmente in quegli attimi eri coinvolta in un gioco che pensavi sarebbe rimasto privato, o quantomeno circoscritto.
Un peccato di vanità, una superficialità imperdonabile.

Da quel momento hai legato la sciarpa al collo un po’ più stretta, inconsapevole delle conseguenze.

Poi è iniziato l’incubo: hanno cominciato a circolare i video sul web e in molti si sono sentiti autorizzati a giudicarti, ferirti e umiliarti.
Lo hanno fatto uomini e donne, e queste ultime con particolare accanimento, denigrandoti con asprezza e condannandoti senza neppure conoscerti.

Ti ho immaginata intenta a coprirti il volto con la sciarpa per celare la tua vergogna, per attenuare il rumore incessante dei commenti lasciati in rete da cybernauti sputasentenze, senza riuscirci.

Hai tentato in tutti i modi di bloccare quell’assillante chiacchiericcio che ti riguardava, che invece ha continuato a montare fino a diventare un rombo assordante.
Per quanto ti impegnassi nel contrastarlo, quell’eco ti seguiva ovunque, con ostinazione e cattiveria, in una persecuzione perpetua.
Era come se quel pezzo di stoffa fosse diventato un serpente che, attorcigliando le sue spire intorno alla gola, ti facesse mancare il respiro.

Devi aver pensato che per annullare quella sofferenza che ti aveva già rubato tutto – divorandoti – ci fosse solo una strada possibile.
E così hai deciso: hai attaccato quella sciarpa a un gancio e ti sei impiccata.
Fine dell’agonia.

Sarebbe stato bello se quella sciarpa, anziché essere strumento di morte, avesse avuto il potere di coprire gli occhi a coloro che quei video li hanno guardati, impedendogli di lasciare commenti, lanciati nell’etere con la stessa superficialità con cui tu avevi permesso di registrarli.
O se fosse riuscita a impedire a chi, ancora oggi, li fa circolare nonostante il divieto, corredandoli perfino di spot pubblicitari, sfruttando in modo ripugnante la tua sventatezza e la tua morte.

Mi sarebbe piaciuto che avesse potuto legare le mani a coloro che hanno applaudito ai tuoi funerali ma che quasi certamente – e sarei pronta a scommetterci – hanno visto quei filmati, per poi commentarli con giudizi volgari e grasse risate con qualche amico.

Sarebbe giusto se quella stola potesse diventare invece un velo pietoso,
per coprire chi ne ha contribuito la diffusione, chi ne ha riso, chi ha giudicato senza essere giudice.

Dovrebbe celare persino l’ipocrisia di chi prima ha dato un’occhiata a quei video, contribuendo così alla loro diffusione virale sul web, e poi si è sentito autorizzato a puntare il dito sui cyber-bulli criticandoli.

La tua storia, Cara Tiziana, è davvero molto triste, e se c’è una cosa che mi ha insegnato è che è necessario prestare molta attenzione a ciò che si pubblica sul web, soppesandone le eventuali conseguenze.

Perché se è inevitabile che “un post è per sempre” –  parafrasando una famosa pubblicità – a questo punto è meglio che lo sia un diamante.

Ciao Tiziana, spero che tu possa riposare in pace.

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E la chiamano estate

estate

 Non passa giorno – o quasi – che non avvenga un tragico evento a scuotere gli animi: incidenti ferroviari, attentati terroristici sempre più efferati, colpi di stato e conseguenti epurazioni, violenti scontri razziali, ragazzi completamente fuori di testa che sparano ammazzando decine di persone.

Mi fermo qui, altrimenti l’elenco non finirebbe nei tempi consentiti di un post.

In tv viene dato molto risalto a queste notizie, riempiendo i palinsesti di trasmissioni-fiume atte a descrivere i più minuziosi particolari dei suddetti eventi.
Personalmente rifuggo da quel giornalismo che mira a cogliere i dettagli più raccapriccianti delle notizie, perché ne trovo intollerabile la morbosità.
Ho la vaga sensazione che il taglio di certi servizi abbiano lo scopo di insinuare angoscia e insicurezza nei telespettatori più che a dare una reale e corretta informazione.
E’ del tutto evidente che invece il sensazionalismo vende, e piuttosto bene.

Anche la situazione meteorologica non sembra delle più stabili, proponendo un ampio ventaglio di eventi che spaziano dai temporali – che in realtà assomigliano molto di più a tempeste tropicali – afa e caldo,
fino a regalarci brezza e cielo azzurro:
quel cielo che quando è bello, è bello davvero e pare restituirci un briciolo di spensieratezza.

Ma estate significa anche vacanze.

C’è chi le progetta con cura e chi cerca un’occasione last-minute.
A me in genere piace fare un viaggetto con mio marito alla scoperta di una capitale estera, per aprirmi a nuovi orizzonti e per gustare cibi insoliti, bighellonare per mercatini o visitare musei.
E’ una vera e propria maratona, ma di solito così interessante da poter sopportare la conseguente spossatezza.
Come dice sempre Zia Angela – arzilla ottuagenaria indomita –
“Per riposare ci sarà tempo!”, e credo che abbia ragione.

Certo è necessario anche un po’ di relax e gradisco riconquistare l’armonia su una spiaggia in compagnia di un libro o della musica, a seconda dell’umore.
Si recupera così la stanchezza spezzando la routine, che sarà anche rassicurante, ma è certamente molto più noiosa.
Quindi va bene il riposo, ma senza esagerare;
che se si è pronti a scombinare i piani – come ho ormai imparato – l’imprevedibilità ci può riservare piacevoli sorprese.

Ecco, quest’anno la sorpresa è arrivata ancora prima di partire.

Martino, il gatto che vive in famiglia da quindici anni,
non gode di buona salute.
Solo un paio di mesi fa pensavamo di perderlo, ma siamo riusciti a curarlo, riacciuffandolo per la coda.

Adesso le cose sono migliorate, ma è necessario monitorare il felino costantemente, senza la volontà di delegarne la cura a terze persone.
Potrebbe sembrare un atteggiamento esagerato, ma in famiglia siamo convinti che sia un nostro preciso dovere.

Martino non ha chiesto di essere adottato: è stata una nostra scelta e,
come ogni scelta, comporta delle conseguenze non sempre piacevoli.
Da un lato è bellissimo avere un gatto per casa da riempire di baci e di coccole, farlo giocare, accarezzarlo per sentirne le fusa o semplicemente godere della sua compagnia, ma la contropartita è che l’animale ha un’esistenza relativamente breve e gli ultimi anni della sua vita possono essere un susseguirsi di disturbi e malattie, con sofferenza sia per la bestiola che per il proprietario.

Martino purtroppo è malato e noi ci troviamo ad affrontare questa situazione con responsabilità e dispiacere.

E allora pazienza se quest’anno rinunceremo al viaggio, andando a villeggiare con il figlio peloso nella casetta di famiglia in Abruzzo.
Perché se è una rinuncia che può inizialmente pesare,
al fine restituisce la sensazione di fare una cosa profondamente etica,
che in qualche modo rimette in equilibrio la disarmonia di questi tempi così scellerati.

Non dobbiamo permettere alle brutture che ci circondano di sopraffarci:
per farlo occorrono anche solo piccoli gesti, ma belli.
Se saremo disposti a compierli ci restituiranno molto più di un piccolo sacrificio perché, come diceva qualcuno più saggio di me:
“Com’è bella la vita, quando fai qualche cosa di buono e di giusto”,
e io lo penso, con convinzione.

Buona estate a Tutti.

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ORLANDO

 

Orlando

Tante parole sono state dette e scritte sulla strage di Orlando e forse quelle che sto scrivendo non apporteranno un ulteriore contributo, ma mi piacerebbe condividere alcune riflessioni.

Il motivo che mi spinge a farlo è che la faccenda, dopo appena un giorno, è già stata derubricata come marginale.
La più grande strage americana perpetrata da un individuo è ritenuta secondaria.

Cinquanta persone trucidate sono già scivolate nel taglio basso delle pagine dei quotidiani che, al contrario, mettono in evidenza la vittoria dell’Italia sul Belgio nella partita di esordio degli Azzurri agli Europei 2016.

Quello stesso torneo che non ha trovato un momento per ricordarle quelle vittime, un minuto per celebrarne in silenzio la memoria.
Vorrei ricordare che la nazione ospitante il campionato è la Francia, un paese che è stato colpito duramente da una strage simile solo una manciata di mesi fa.
Chissà, forse i cugini d’oltralpe sono un po’ distratti, o forse solo troppo concentrati a sedare le risse degli hooligans.

Come noto, la carneficina si è svolta in un rinomato locale gay di Orlando:
un uomo fuori di testa ha imbracciato un M10 erigendosi a giudice supremo, provocando la morte di decine di persone perché ritenute “diverse”,
dei pervertiti non degni di vita.

Esclusa la matrice terroristica, è rimasta in piedi quella omofobica.

Quindi i morti erano gay, e come tali non interessano.
Quei macabri resti sono “cosa loro”.
Immagino che se tale massacro avesse avuto una matrice terroristica (meglio ancora se islamica) se ne parlerebbe per settimane.

Invece si può andare oltre, provando quasi sollievo per non dover dimostrare
un vero cordoglio.
Molto rumore, se non per nulla, certamente per poco.

Gli omosessuali hanno spesso l’abitudine di starsene tra di loro,
prediligendo ambienti gay-friendly.
Ricordo di averne chiesto il motivo ad un caro amico,
che mi rispose con poche e semplici parole, dicendomi :
“Noi gay preferiamo stare per conto nostro perché così non dobbiamo continuamente giustificarci per ciò che siamo”.

Il ragionamento non fa una grinza, ma a me fa pensare alle riserve indiane, dove i pellerossa stanno rinchiusi senza dare troppo fastidio,
lontani dagli sguardi dei soliti benpensanti.

Se aspiriamo a vivere un mondo più giusto, credo sia necessario oltrepassare il limite che impone una certa mentalità, a volte dettata dal perbenismo,
molto più spesso fomentata dalla paura e dall’ignoranza.

E’ necessario fare un passo avanti e guardare negli occhi queste persone: individui con sentimenti, ambizioni, difetti e piccinerie.
Niente di più e niente di meno.
Qualcuno potrebbe persino meravigliarsi di chi gli sta di fronte, a dispetto dei propri pregiudizi.

Allora piangiamoli i ragazzi di Orlando.
Commuoviamoci per le loro vite spezzate, ribellandoci a coloro che li hanno declassati a morti minori.
Se non lo faremo, li avremo condannati a morte un’altra volta.

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