DJ FABO

fabioFabio è un amante della vita, quella vera.
Ha fatto mille mestieri: dall’assicuratore al geometra, ma presto si dedica alla musica, che è la sua vera passione.
E’ felice quando può suonare per il divertimento degli altri e diventa così DJ Fabo, un professionista molto ricercato.

La musica lo porta ad incontrare molte persone e a viaggiare alla ricerca di nuovi orizzonti.
Trova anche l’amore di Valeria, una ragazza speciale.

La vita di Fabio è come una biglia d’acciaio che rimbalza da un lato all’altro di un flipper.
Din… Din… Din-din-din-din… Ta-ta-ta-ta … Ta-ta-ta… Ft Ft… Ft-ft-ft-ft…
Il gioco sta andando benissimo, accumula punti, in un fantasmagorico sfavillio di luci colorate e suoni elettronici.

Fino a quella maledetta sera del 13 giugno 2014.
Al rientro da una serata di lavoro si verifica un incidente stradale violentissimo: Fabio viene sbalzato fuori dall’abitacolo dell’automobile.
Si salva, ma riporta lesioni permanenti pesantissime: cieco e tetraplegico.

Tilt.

La vita subisce una battuta d’arresto, ma Fabio sente di poter ancora sperare in un recupero.
Tenta numerose strade atte allo scopo: riabilitazione, cure sperimentali, farmaci all’avanguardia.
Nulla da fare: quelle luci non ne vogliono sapere di riaccendersi; quella sfera grigia rimane statica e il gioco è sempre sospeso.

La speranza di un possibile recupero – anche solo parziale – svanisce.
Inizia così un percorso senza prospettive.
L’unica certezza è quella di essere bloccato a letto “immerso in una notte senza fine”, come spesso dice.

Intraprende una battaglia per poter concludere la sua esistenza, ma in Italia – uno Stato laico – gli è negata questa opzione.
Fabio viene affiancato nel suo percorso di richiesta di eutanasia dall’Associazione Luca Coscioni, l’organizzazione che ha presentato una legge per il testamento biologico e che giace inascoltata in Parlamento da oltre due anni.

Perché, diciamola tutta: l’eutanasia è una decisione personale davvero molto difficile.
Nessuno può arrogarsi il diritto di mantenere in vita un individuo contro la sua volontà, men che meno uno Stato che si definisca laico e democratico.
Questa scelta – ribadisco – individuale, non può essere opposta a una teoria religiosa, che è e rimane un percorso rispettabile, ma personale e strettamente privato.

Mi chiedo cosa succederebbe se uno Stato imponesse la soppressione di una persona che vive in condizione vegetativa.
Non sarebbe egualmente inaccettabile?
E perché, dunque, può essere tollerato il suo contrario?

Se la memoria non mi inganna, ricordo che a catechismo si insegna che un certo Signore con la barba ha regalato all’Uomo il libero arbitrio.
Lasciamo quindi libertà di decisione all’individuo che, nel caso, ne risponderà in proprio.

A nulla vale l’appello di Fabio al Presidente Mattarella per sollecitare la definizione della legge sull’eutanasia, perché anche se il Capo dello Stato agisse in tal senso con solerzia, Fabio non ha più tempo, non può più aspettare.
Continuare a esistere gli è insopportabile, perché quella vita così com’è non è più vita e, di certo, non è quella che vuole.

Non gli rimane che espatriare in Svizzera, ed essere ricoverato presso una clinica specializzata nel suicidio assistito.
Può così recedere da quella non-vita e farlo con la dignità che ritiene di meritare.

Oggi Fabio ha scelto di morire.

Si può condividere la sua scelta o essere contrari, ma la sua decisione merita il rispetto di tutti.

Il flipper spegne tutte le sue luci, ed è GAME-OVER.

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LA PAZZA DELLA PORTA ACCANTO

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“Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra.
Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio
non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”.
Alda Merini
Al Teatro Menotti è andata in scena la rappresentazione della pièce teatrale “La pazza della porta accanto”, riduzione del libro di Alda Merini, a opera di Claudio Fava, per la regia di Alessandro Gassmann, ove si racconta la vita della poetessa nel periodo del suo ricovero in manicomio.Con mio marito decidiamo di andare presso il teatro alla spicciolata, sfidando la fortuna, il freddo e la pigrizia di una grigia domenica di gennaio.
La buona sorte ci assiste e riusciamo a trovare i biglietti.

Seduta in sala, sono consapevole che lo spettacolo avrà un certo tipo di impatto emotivo e questa coscienza la percepisco collettiva.

Mi viene suggerita dalla tensione che creano le luci gelide, funzionali a sottolineare una scenografia di fredde pareti grigie e sbarre metalliche,
dallo schermo quasi impercettibile antistante il palco,
che proietta oniriche immagini davanti alla scena:
un velo quasi invisibile dagli effetti oleografici,
che separa gli spettatori da ciò che viene raccontato,
creando una distanza fisica labile, ma presente.
I matti sono loro, oltre quel velo di pregiudizio.

C’è silenzio nella sala, un silenzio teso e oscuro.
Muti e seduti, noi spettatori assistiamo al divenire del racconto con partecipazione angosciata.

Le attrici sul palco interpretano il ruolo delle internate:
ognuna descrive la propria nevrosi con una recitazione volutamente stereotipata ma arginata, così definita per fare da contrappunto a quella della protagonista – la brava Anna Foglietta – che, al contrario, recita senza inutili eccessi, descrivendo con intensità il tormento, il dolore, il disperato bisogno d’amore e di libertà di Alda.

Questo doppio registro interpretativo viene rimarcato anche dalla recitazione dell’uomo di cui Alda si innamora, ricambiata.
Il personaggio è volutamente distorto, descritto come una tragica macchietta: compromesso dalla sua malattia, rassegnato e talmente sconfitto che anche l’amore di e per Alda non riuscirà a sollevarlo dalla propria follia.

La narrazione prosegue, ma c’è un particolare ad attrarmi irresistibilmente:
il ventre gonfio di una compagna di manicomio di Alda.

Nonostante lo scorrere del tempo, mentre la trama si dipana,
quel grembo rimane sempre prominente, come a sfidare le leggi della natura.
Suggerisce un’attesa infinita, un divenire perpetuo e sempre uguale a se stesso, inesorabile nella sua irresolutezza.

Si arriva all’epilogo, e con esso la libertà dei malati, che grazie alla Legge Basaglia, possono riconquistare la libertà.

Niente più elettroshock, docce gelate, sbarre e cinture di contenzione.
Basta alla sofferenza coatta.

Ed ecco alzarsi quel sipario velato, che squarcia una nuova realtà,
inondando le donne malate – uniche presenze sul palco – da una luce calda, accogliente.

Le internate sono finalmente libere:
sembrano confuse e felici di una gaiezza bambina.

Senza parole la donna pregna alza le vesti e sottrae dalla sua pancia gravida un palloncino: è verde, verde come la speranza, come una promessa lieve.
Una camera d’aria che si libra in alto fino a scomparire, portando con sé lo sguardo delle donne e di noi spettatori, imbrigliando i miei di commozione.

Quel che davvero mi rimarrà addosso dello spettacolo è quel palloncino verde che lentamente sale, perché quel piccolo volo è una vera poesia.

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Arriva il Natale…

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A me il Natale non piace.
Non voglio sembrare una che va contro corrente per sentirsi originale,
ma è un fatto che io nutra un’insofferenza sempre più spiccata per questa festività.

Per quel che mi riguarda, il Natale “è uno di quei giorni in cui ti prende la malinconia e fino a sera non ti lascia più” come diceva bene quella famosa canzone.

Quello spleen che avvolge come una coperta che non riesce a scaldare e,
non apportando un vero conforto, ne restituisce solo l’illusione.
O come una canzone di Elliott Smith, che se anche non l’hai capita bene,
ti cuce addosso irrequietezza,
facendoti vibrare di malinconia anche se non vorresti.
Non so se ho reso l’idea.

E’ che a Natale si è obbligati a sentirsi più buoni,
ma a me viene la carogna e – se potessi – mi chiuderei in casa per un mese, aspettando che passi.

Vorrei che terminasse in un baleno quell’eco dapprima colta in sordina – e via via sempre più intensa – che al fine assume toni roboanti,
con il suo carico di sciocchezze melense e ipocrisie malcelate.
Quell’insostenibile simulazione di gaiezza mi innervosisce:
non è reale, ma ci si ostina a crederla tangibile,
mentre quella felicità può essere solo dei bambini.

Natale è quella ricorrenza che enfatizza la solitudine di chi è già solo,
la lontananza di chi è altrove e le dolorose assenze di coloro che non ci sono più, ma che si vorrebbero ancora al proprio fianco.

Poi trovo stucchevole quel vezzo dicembrino sempre più invadente delle cene pre-natalizie, da consumarsi con persone che non si frequentano praticamente mai, perché “almeno a Natale vediamoci”:
semplici conoscenti che sotto le festività non trovano nulla di meglio da fare che riempirsi l’agenda di incontri trascurabili.

Praticamente impossibile sottrarsi alla ormai diffusa abitudine di scambio di doni, troppo spesso superflui.
Per quel che mi riguarda prediligo fare sorprese quando non c’è una precisa ricorrenza, gratificandomi nel fare un regalo inaspettato e quindi meno ovvio.

Nonostante mi piacciano le tradizioni – e quando è possibile le rispetto – nutro un’avversione per la smodata quantità di cibo che viene preparata per i menù natalizi.
Come se ci si dovesse rimpinzare di leccornie solo in questo periodo dell’anno: un tempismo anacronistico di cui non capisco il senso.

E va da sé che non riesca a sottrarmi quasi a nulla, ma con il tempo miglioro, riuscendo a scansare quello che mi è veramente intollerabile.

O forse tutto questo fastidio deriverà dal fatto che il giorno successivo al Natale è il mio genetliaco e trovo alquanto sgradevole compiere gli anni ogni anno tutti gli anni, che sarebbe proprio arrivato il tempo di darci un taglio, ma pare che non sia possibile.

Ma “domani è un altro giorno, si vedrà”.

In ogni caso, Buon Natale a Tutti.

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SELFIE – Le cose cambiano

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Ammetto di subire la fascinazione delle trasmissioni trash – anche oltre quanto sarebbe lecito, ma questa è un’altra storia – con tanto di interazioni con il popolo di twitter, cosa che mi distrae e diverte.

A tale proposito ieri sera Canale5 ha messo in onda la prima puntata di “Selfie – Le cose cambiano”, la nuova trasmissione che dovrebbe rilanciare Simona Ventura, neo approdata nella scuderia Mediaset.

L’intenzione è di capire di cosa si tratti, ed è presto detto:
tramite un video-selfie inviato alla redazione, delle persone comuni chiedono un aiuto; le questioni vengono sottoposte al vaglio dei “mentori” (sono dei “vip”, diciamo così) che, in base al loro insindacabile giudizio, potranno accettare o meno le richieste inoltrate.
Se nessun mentore accetterà la richiesta, la stessa verrà respinta, ma se al contrario venisse accolta, il mentore farà da “padrino” alla causa.

Nonostante ancora non si capisca dove la trasmissione voglia andare a parare,
ne continuo la visione, aspettando di capirne di più.

Dopo il lancio dei primi video-selfie, che trattano di cose piuttosto banali, vengo catturata dalla storia di una ventenne.
La trama viene ordita con la solita dinamica dei peggiori programmi della tivù del dolore, nel quale il soggetto è di solito alle prese con una situazione disperata.
Già sento odore di bruciato, ma vado avanti, ormai troppo incuriosita dalla richiesta che verrà inoltrata e non ancora palesata e, ancora di più, dalla soluzione che la redazione escogiterà per risolvere il problema.

La ragazza vive a casa dei genitori ed è già madre di un bambino duenne.
Si alza tutte le mattine alle cinque per recarsi al lavoro presso una ditta di pulizie.
Alle otto ha già finito il turno del mattino e, se riesce a tornare in tempo, porta suo figlio all’asilo, altrimenti lo accompagna sua madre.
Il suo compagno – padre del bambino – lavora lontano e, di conseguenza, si incontrano saltuariamente.
I soldi che racimolano con i loro impieghi non gli permette di trovare quell’autonomia che tanto desiderano per affrontare un’esistenza meno precaria.

Con il volto devastato dallo scoramento, la ragazza racconta che per la sua giovane età si sta sacrificando molto e desidera una vita diversa.

La narrazione rimarca la faticosa esistenza della ragazza, insistendo con inquadrature puntate su quegli occhi tristi e già così rassegnati.
Si indugia ancora nella storia, con particolari trascurabili ma che ribadiscono a piè spinto l’insoddisfazione della ventenne.

Quindi si arriva – finalmente – al dunque:
la ragazza dice che a seguito della gravidanza, il suo corpo ha subito una pesante trasformazione per la quale prova una profonda vergogna.
Vorrebbe risolvere definitivamente questo problema e chiede alla trasmissione se possano loro provvedere alla spesa per un intervento di mastoplastica additiva e rimodellamento del seno.
La richiesta viene accolta da una mentore e vengono messe in onda le conseguenti scene della visita medica e dell’intervento.
In studio interviene la ragazza, per mostrare al pubblico il suo sorriso più raggiante e il nuovo décolleté, che una generosa scollatura fatica a contenere.

Resto basita.
Inorridisco davanti al video, perché non riesco a capacitarmi.
Pensavo che il disagio provato dalla ragazza fosse scaturito dalla precaria situazione familiare, dalla professione insoddisfacente e poco remunerata e, non da ultima, dalla lontananza forzata del suo compagno.

O forse l’ho immaginata io questa visione, anche se tutto lo suggeriva.
Mi aspettavo che la richiesta fosse mirata ad un riscatto personale,
alla possibilità di accedere a un contributo economico finalizzato a una specializzazione professionale più qualificata, o magari per ottenere una casa con affitto calmierato e poter finalmente ricongiungere la sua famiglia, cominciando così una nuova vita.
Piccoli passi per una grande rivoluzione.

Invece tutta la sofferenza che questa ragazza pativa era derivante dalle sue tette flosce: un’incoscienza devastante.

Se fossi stata io la mentore di questa ragazza le avrei negato con ferma convinzione il contributo richiesto: il mio ruolo mi avrebbe imposto di insegnarle che l’intervento da fare non era al seno, ma alla sua vita.

Avrei cercato di farle prendere coscienza della necessità di un’emancipazione personale che andava ben al di là di un’operazione estetica, spiegandole che una maggiore qualità della vita le avrebbe portato più serenità.
Le avrei suggerito di puntare più in alto delle sue tette, così da poterselo persino pagare da sola il suo intervento.

Al contrario, la sua mentore (ebbene sì, era pure donna!) stava al centro dello studio, tronfia di soddisfazione per la magnanimità dimostrata e chissà, persino ignorante del danno perpetrato.
Stava sotto i riflettori accanto alla ragazza che, piena di gratitudine e inconsapevolezza, veniva privata dell’unico aiuto che veramente le sarebbe stato utile, immolato a favore di un auditel che spero non sia arrivato e non arrivi mai.

A questo punto mi permetto di suggerire agli autori della Tivù un maggior impegno alla scrittura (vabbè che non parliamo di servizio pubblico, però…), perché anche i programmi di evasione non siano così diseducativi.

Non sono certo Aldo Grasso e forse non ho gli strumenti per una corretta critica televisiva, ma sono una spettatrice e come tale merito rispetto, lo stesso che avrebbe dovuto ricevere la ragazza in questione, che al contrario è stata usata peggio di una figurante di un film di serie B e, quasi certamente, non ne è neppure consapevole.

Alla ragazza hanno sollevato le tette, a me invece sono cascate le braccia,
e a quel punto ho cambiato canale.

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UNDICI DONNE E OTTO BAMBINI

barricateUndici donne e otto bambini.

Undici donne e otto bambini, che chiedevano un riparo temporaneo.
Gli abitanti di Goro e Gorino,
appena venuti a conoscenza della notizia di quella esigenza,
hanno eretto barricate, rifiutandone il ricovero prima ancora di incontrarli.

Non li hanno voluti nemmeno incrociare quegli occhi;
se lo avessero fatto avrebbero dovuto abbassare lo sguardo, perché constatandone l’innocuità, avrebbero potuto vergognasi della propria disumanità.
O forse non si sarebbero neppure turbati, chissà.

Undici donne e otto bambini,
che per gli abitanti di questi paesi sarebbero stati un problema, perché
recepiti come un’invasione arbitraria della loro comunità,
un pericoloso precedente di un’accoglienza più ampia: Dio non voglia!
Eppure nel delta del Po non è infrequente il verificarsi di alluvioni disastrose, che hanno costretto la popolazione allo sfollamento verso altri territori.
Che sia passato troppo tempo dal 1958 per ricordare ai Goranti che cosa sia la solidarietà?

Undici donne e otto bambini che, solo con l’ipotesi della loro presenza,
hanno fatto insorgere l’oscenità di tanta crudele avversione.

Undici donne e otto bambini, rifiutati perché “colpevoli” di essere nati – loro malgrado – in luoghi tormentati da conflitti, avere la pelle più scura, parlare un altro idioma o pregare un altro Dio.

Undici donne e otto bambini non sono numeri astratti, ma persone.
Gente permeata da una disperazione che non si augurerebbe a nessuno.
Vorrei dire agli abitanti di Goro e Gorino che,
ricusando con tanto disprezzo quella gente, hanno compiuto un gesto ignobile.

Sono convinta che sia necessario sforzarsi, tutti quanti, per fare in modo che quella stessa disperazione possa trasformarsi in speranza.

Undici donne e otto bambini  ci implorano silenziosamente di restare umani.

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TIZIANA E LA SUA SCIARPA

 

sciarpa

Chissà, forse quando l’hai vista nella vetrina del negozio, hai avuto immediatamente l’impulso di acquistarla.
Bella e colorata, avrebbe sicuramente fatto risaltare ancora di più i tuoi occhi, già così luminosi.

Quella sciarpa la immagino come un filo conduttore, che incomincia da quella vetrina e finisce sul web.

Ti figuro avvolta nella sua morbidezza, accarezzata dal suo tepore confortante: sicura di te, spigliata, bella, giovane e disinibita.

Ipotizzo che la sfoggiassi anche quando ti preparavi per incontrare gli uomini con cui facevi sesso e ai quali hai concesso di filmarti durante quei rapporti, offrendogli la possibilità di utilizzare quelle immagini a loro piacimento.
Lo hai fatto senza riflettere, perché probabilmente in quegli attimi eri coinvolta in un gioco che pensavi sarebbe rimasto privato, o quantomeno circoscritto.
Un peccato di vanità, una superficialità imperdonabile.

Da quel momento hai legato la sciarpa al collo un po’ più stretta, inconsapevole delle conseguenze.

Poi è iniziato l’incubo: hanno cominciato a circolare i video sul web e in molti si sono sentiti autorizzati a giudicarti, ferirti e umiliarti.
Lo hanno fatto uomini e donne, e queste ultime con particolare accanimento, denigrandoti con asprezza e condannandoti senza neppure conoscerti.

Ti ho immaginata intenta a coprirti il volto con la sciarpa per celare la tua vergogna, per attenuare il rumore incessante dei commenti lasciati in rete da cybernauti sputasentenze, senza riuscirci.

Hai tentato in tutti i modi di bloccare quell’assillante chiacchiericcio che ti riguardava, che invece ha continuato a montare fino a diventare un rombo assordante.
Per quanto ti impegnassi nel contrastarlo, quell’eco ti seguiva ovunque, con ostinazione e cattiveria, in una persecuzione perpetua.
Era come se quel pezzo di stoffa fosse diventato un serpente che, attorcigliando le sue spire intorno alla gola, ti facesse mancare il respiro.

Devi aver pensato che per annullare quella sofferenza che ti aveva già rubato tutto – divorandoti – ci fosse solo una strada possibile.
E così hai deciso: hai attaccato quella sciarpa a un gancio e ti sei impiccata.
Fine dell’agonia.

Sarebbe stato bello se quella sciarpa, anziché essere strumento di morte, avesse avuto il potere di coprire gli occhi a coloro che quei video li hanno guardati, impedendogli di lasciare commenti, lanciati nell’etere con la stessa superficialità con cui tu avevi permesso di registrarli.
O se fosse riuscita a impedire a chi, ancora oggi, li fa circolare nonostante il divieto, corredandoli perfino di spot pubblicitari, sfruttando in modo ripugnante la tua sventatezza e la tua morte.

Mi sarebbe piaciuto che avesse potuto legare le mani a coloro che hanno applaudito ai tuoi funerali ma che quasi certamente – e sarei pronta a scommetterci – hanno visto quei filmati, per poi commentarli con giudizi volgari e grasse risate con qualche amico.

Sarebbe giusto se quella stola potesse diventare invece un velo pietoso,
per coprire chi ne ha contribuito la diffusione, chi ne ha riso, chi ha giudicato senza essere giudice.

Dovrebbe celare persino l’ipocrisia di chi prima ha dato un’occhiata a quei video, contribuendo così alla loro diffusione virale sul web, e poi si è sentito autorizzato a puntare il dito sui cyber-bulli criticandoli.

La tua storia, Cara Tiziana, è davvero molto triste, e se c’è una cosa che mi ha insegnato è che è necessario prestare molta attenzione a ciò che si pubblica sul web, soppesandone le eventuali conseguenze.

Perché se è inevitabile che “un post è per sempre” –  parafrasando una famosa pubblicità – a questo punto è meglio che lo sia un diamante.

Ciao Tiziana, spero che tu possa riposare in pace.

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E la chiamano estate

estate

 Non passa giorno – o quasi – che non avvenga un tragico evento a scuotere gli animi: incidenti ferroviari, attentati terroristici sempre più efferati, colpi di stato e conseguenti epurazioni, violenti scontri razziali, ragazzi completamente fuori di testa che sparano ammazzando decine di persone.

Mi fermo qui, altrimenti l’elenco non finirebbe nei tempi consentiti di un post.

In tv viene dato molto risalto a queste notizie, riempiendo i palinsesti di trasmissioni-fiume atte a descrivere i più minuziosi particolari dei suddetti eventi.
Personalmente rifuggo da quel giornalismo che mira a cogliere i dettagli più raccapriccianti delle notizie, perché ne trovo intollerabile la morbosità.
Ho la vaga sensazione che il taglio di certi servizi abbiano lo scopo di insinuare angoscia e insicurezza nei telespettatori più che a dare una reale e corretta informazione.
E’ del tutto evidente che invece il sensazionalismo vende, e piuttosto bene.

Anche la situazione meteorologica non sembra delle più stabili, proponendo un ampio ventaglio di eventi che spaziano dai temporali – che in realtà assomigliano molto di più a tempeste tropicali – afa e caldo,
fino a regalarci brezza e cielo azzurro:
quel cielo che quando è bello, è bello davvero e pare restituirci un briciolo di spensieratezza.

Ma estate significa anche vacanze.

C’è chi le progetta con cura e chi cerca un’occasione last-minute.
A me in genere piace fare un viaggetto con mio marito alla scoperta di una capitale estera, per aprirmi a nuovi orizzonti e per gustare cibi insoliti, bighellonare per mercatini o visitare musei.
E’ una vera e propria maratona, ma di solito così interessante da poter sopportare la conseguente spossatezza.
Come dice sempre Zia Angela – arzilla ottuagenaria indomita –
“Per riposare ci sarà tempo!”, e credo che abbia ragione.

Certo è necessario anche un po’ di relax e gradisco riconquistare l’armonia su una spiaggia in compagnia di un libro o della musica, a seconda dell’umore.
Si recupera così la stanchezza spezzando la routine, che sarà anche rassicurante, ma è certamente molto più noiosa.
Quindi va bene il riposo, ma senza esagerare;
che se si è pronti a scombinare i piani – come ho ormai imparato – l’imprevedibilità ci può riservare piacevoli sorprese.

Ecco, quest’anno la sorpresa è arrivata ancora prima di partire.

Martino, il gatto che vive in famiglia da quindici anni,
non gode di buona salute.
Solo un paio di mesi fa pensavamo di perderlo, ma siamo riusciti a curarlo, riacciuffandolo per la coda.

Adesso le cose sono migliorate, ma è necessario monitorare il felino costantemente, senza la volontà di delegarne la cura a terze persone.
Potrebbe sembrare un atteggiamento esagerato, ma in famiglia siamo convinti che sia un nostro preciso dovere.

Martino non ha chiesto di essere adottato: è stata una nostra scelta e,
come ogni scelta, comporta delle conseguenze non sempre piacevoli.
Da un lato è bellissimo avere un gatto per casa da riempire di baci e di coccole, farlo giocare, accarezzarlo per sentirne le fusa o semplicemente godere della sua compagnia, ma la contropartita è che l’animale ha un’esistenza relativamente breve e gli ultimi anni della sua vita possono essere un susseguirsi di disturbi e malattie, con sofferenza sia per la bestiola che per il proprietario.

Martino purtroppo è malato e noi ci troviamo ad affrontare questa situazione con responsabilità e dispiacere.

E allora pazienza se quest’anno rinunceremo al viaggio, andando a villeggiare con il figlio peloso nella casetta di famiglia in Abruzzo.
Perché se è una rinuncia che può inizialmente pesare,
al fine restituisce la sensazione di fare una cosa profondamente etica,
che in qualche modo rimette in equilibrio la disarmonia di questi tempi così scellerati.

Non dobbiamo permettere alle brutture che ci circondano di sopraffarci:
per farlo occorrono anche solo piccoli gesti, ma belli.
Se saremo disposti a compierli ci restituiranno molto più di un piccolo sacrificio perché, come diceva qualcuno più saggio di me:
“Com’è bella la vita, quando fai qualche cosa di buono e di giusto”,
e io lo penso, con convinzione.

Buona estate a Tutti.

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ORLANDO

 

Orlando

Tante parole sono state dette e scritte sulla strage di Orlando e forse quelle che sto scrivendo non apporteranno un ulteriore contributo, ma mi piacerebbe condividere alcune riflessioni.

Il motivo che mi spinge a farlo è che la faccenda, dopo appena un giorno, è già stata derubricata come marginale.
La più grande strage americana perpetrata da un individuo è ritenuta secondaria.

Cinquanta persone trucidate sono già scivolate nel taglio basso delle pagine dei quotidiani che, al contrario, mettono in evidenza la vittoria dell’Italia sul Belgio nella partita di esordio degli Azzurri agli Europei 2016.

Quello stesso torneo che non ha trovato un momento per ricordarle quelle vittime, un minuto per celebrarne in silenzio la memoria.
Vorrei ricordare che la nazione ospitante il campionato è la Francia, un paese che è stato colpito duramente da una strage simile solo una manciata di mesi fa.
Chissà, forse i cugini d’oltralpe sono un po’ distratti, o forse solo troppo concentrati a sedare le risse degli hooligans.

Come noto, la carneficina si è svolta in un rinomato locale gay di Orlando:
un uomo fuori di testa ha imbracciato un M10 erigendosi a giudice supremo, provocando la morte di decine di persone perché ritenute “diverse”,
dei pervertiti non degni di vita.

Esclusa la matrice terroristica, è rimasta in piedi quella omofobica.

Quindi i morti erano gay, e come tali non interessano.
Quei macabri resti sono “cosa loro”.
Immagino che se tale massacro avesse avuto una matrice terroristica (meglio ancora se islamica) se ne parlerebbe per settimane.

Invece si può andare oltre, provando quasi sollievo per non dover dimostrare
un vero cordoglio.
Molto rumore, se non per nulla, certamente per poco.

Gli omosessuali hanno spesso l’abitudine di starsene tra di loro,
prediligendo ambienti gay-friendly.
Ricordo di averne chiesto il motivo ad un caro amico,
che mi rispose con poche e semplici parole, dicendomi :
“Noi gay preferiamo stare per conto nostro perché così non dobbiamo continuamente giustificarci per ciò che siamo”.

Il ragionamento non fa una grinza, ma a me fa pensare alle riserve indiane, dove i pellerossa stanno rinchiusi senza dare troppo fastidio,
lontani dagli sguardi dei soliti benpensanti.

Se aspiriamo a vivere un mondo più giusto, credo sia necessario oltrepassare il limite che impone una certa mentalità, a volte dettata dal perbenismo,
molto più spesso fomentata dalla paura e dall’ignoranza.

E’ necessario fare un passo avanti e guardare negli occhi queste persone: individui con sentimenti, ambizioni, difetti e piccinerie.
Niente di più e niente di meno.
Qualcuno potrebbe persino meravigliarsi di chi gli sta di fronte, a dispetto dei propri pregiudizi.

Allora piangiamoli i ragazzi di Orlando.
Commuoviamoci per le loro vite spezzate, ribellandoci a coloro che li hanno declassati a morti minori.
Se non lo faremo, li avremo condannati a morte un’altra volta.

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FESTA DELLA MAMMA

 

festa mamma

E’ da poco trascorsa la Festa della Mamma e quest’anno, chissà perché,
ho avuto la consapevolezza che è una ricorrenza che non mi apparterrà mai.

Non sono madre e non succederà in futuro: è una certezza.
Non che me ne faccia un cruccio e la mia vita mi piace così com’è.
Sarà che non ho mai avuto uno spiccato senso materno,
ma non mi sono mai sentita una donna a metà per il fatto di non aver generato.
Non ho mai avuto l’ostinazione di voler procreare a ogni costo:
semplicemente è andata così.

Nel giorno di questa ricorrenza ho riscontrato sui social quanto le mamme siano buone, belle e amorevoli, ricambiate da figli devoti, teneri e affettuosi.
Un mondo da fiaba.

Perplessa da tanta enfasi – per i miei gusti esageratamente melensa –
ho cominciato a rimuginare.
Tra i tanti pensieri, uno si è rivolto a quanto accaduto alla piccola
Fortuna Loffredo – detta Chicca –
la seienne lasciata cadere dal terrazzo dal suo stupratore, un vicino di casa.
Il mostro non ha potuto sopportare la ribellione della bimba di fronte alla violenza, e non ha resistito all’impulso di ucciderla,
o forse lei si era opposta minacciando di denunciarlo, chissà.
L’orco l’ha gettata nel vuoto, ma Chicca non sapeva volare.

I magistrati inquirenti scoprono che potrebbe esserci un connessione tra la morte di Chicca e il tragico incidente occorso al figlio della compagna del presunto assassino.
Anche il bimbo perisce in modo sorprendentemente simile a quello di Chicca,
per il quale è indagata per omicidio la madre del piccolo.
Due eventi tragici dalle molte similitudini, consumati all’ombra di un condominio di edilizia popolare a Caivano.
Due bambini morti a distanza di un anno uno dall’altro.
Il nome del bimbo era Antonio Giglio.

Un nome e un cognome – Fortuna e Giglio – di buon auspicio:
nel primo caso suggerisce la buona stella,
nel secondo è il simbolo della purezza.
Invece il loro breve destino è stato davvero beffardo.

Sotto il tetto di quel palazzo si consumano violenze quotidiane sottaciute da tutti.
Molti sanno, ma nessuno parla.
Un mutismo ottuso, e colpevole.
Un silenzio squarciato dal grido di due bimbi lasciati cadere nel vuoto.
Un vuoto così vacuo e disperato che riempie di rassegnazione la vita di questi bambini.
Loro conoscono ciò che accade tra quelle mura:
chi viene abusato tace tanto quanto chi non lo è ancora stato, ma sa.

Quella violenza non sono in grado di riconoscerla come tale:
non gli è stato insegnato.
Cresciuti nella cultura dell’omertà, non denunciano:
non sono dei piccoli infami.
Gli adulti che li raccomandano di non aprire bocca – se non per dire che nulla sanno – sono la loro stessa carne.
Sono le donne di casa.
Sono le madri, le nonne o le zie.
Persone che dovrebbero proteggere e amare quest’infanzia,
ribellandosi a tale infamia.
Donne che dovrebbero smascherare gli stupratori,
ma spesso quegli orchi sono mariti, compagni, parenti stretti o vicini di casa,
e dinnanzi agli stupri chiudono gli occhi.
A volte succede che aprano la bocca solo per dire ai figli che ciò che stanno subendo prima o poi passerà, come se fosse un raffreddore.
Non trovano il coraggio di ammettere ciò che fingono di ignorare
perché troppo orribile da accettare,
rendendosi complici della distruzione psicologica di quegli innocenti,
che quasi certamente saranno adulti guasti al pari degli stessi che li hanno abusati.

Mi chiedo come sia possibile che una madre possa permettere un simile destino ai propri figli.
E non bisogna cadere nella tentazione di relegare queste situazioni agli ambienti più miserabili:
come ci insegna la sociologia, simili misfatti sono drammaticamente trasversali e diffusi più di quanto si possa immaginare.
La violenza non ha censo.

Quella di Caivano non è ovviamente la regola, ma è uno spunto paradossale per demistificare l’ipocrisia con la quale ci raccontiamo la famiglia.
Le mamme non sono esseri perfetti in quanto tali, come non lo sono né i padri né i figli.

Esistono degli stereotipi nei quali siamo indotti a credere, in cui proiettiamo i nostri desideri, ma che non rispecchiano la realtà:
la famiglia del Mulino Bianco non esiste al di fuori dello schermo televisivo, almeno io non ne conosco.
Tutte le famiglie attraversano controversie e momenti difficili, come è logico pensare.
Perché negarlo?

La famiglia non la si sceglie:
ci tocca quella che ha deciso la sorte ed è per sempre, perché comunque vadano le cose, è da lì che si è partiti.
Al suo interno può esistere l’amore, come anche il suo contrario:
non è un eden per definizione.

Qualche decennio fa Claudio Villa cantava la canzone
“Son tutte belle le mamme del mondo”.
A giudicare dalle racchie che circolano, non sarei così sicura.

Per quanto mi riguarda,
mi accontento di essere la mamma di un adorabile figlio peloso.

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8 MARZO 2016

 

GATTO E MIMOSA

Oggi è l’8 marzo, la Festa della Donna, e mi pongo una domanda:
ha ancora senso celebrare questa ricorrenza?

Diamine, siamo nel 2016, e si potrebbe pensare che sia superfluo soffermarci a riflettere sulla condizione femminile.
Ormai noi donne siamo un genere evoluto: abbiamo saputo ritagliarci gli spazi dentro i quali possiamo muoverci agevolmente.
Più arduo è abbattere i paletti che ancora delimitano quegli spazi;
ma via, ci si accontenta!

Perché rimuginare sulla palese disparità economica riservata a noi donne in campo professionale?
In fondo basta poco per accontentarsi:
faticare il doppio per ottenere la metà di ciò che a un uomo è dato per scontato,
rinunciare alla maternità – che è, naturalmente, un ostacolo alla carriera –
e infine ottenere guadagni inferiori alla media… e il gioco è fatto.

Oppure vogliamo interrogarci sul femminicidio?
Sempre le solite litanie che ascoltiamo da anni:
violenza domestica sottaciuta e accettata da donne passive,
che giustificano e perfino perdonano, sopportando fino alle estreme conseguenze.
Sarà mai che queste cose succedono anche per quello spirito da crocerossina che ci portiamo appresso come una coperta di Linus,
convinte di poter cambiare un uomo violento con la forza del nostro amore?

Oppure perché, rassegnandoci alle vessazioni, perdiamo autostima e ci convinciamo di meritarcela, quella violenza?
Vai a capire.

Dovremmo quindi ancora affrontare infinite discussioni sui diritti delle donne, come si faceva nelle assemblee degli anni settanta?
Siamo state paladine delle battaglie per il riconoscimento della parità con il movimento femminista, e oggi ci ritroviamo una “concorrenza leale”
dalle comunità lgbt per la rivendicazione dei diritti civili…
le seconde file che alzano la voce.

I dibattiti oggi avvengono in televisione,
e non è forse meglio lasciarli fare a quattro ciarlatani maschi (guarda caso),
che disquisiscono di come una donna debba usare il proprio utero?
Stanno davanti alle telecamere con la loro incrollabile sicumera,
sbraitando i loro punti di vista senza tentennamenti.

Mica come noi donne, che ci affliggiamo dentro a mille dubbi e tormenti, riflettendo su quanto sia difficile e straziante,
se non addirittura impossibile,
giungere a una conclusione su un tema così estremo.

Forse semplicemente perché non esiste un pensiero “giusto”?

Non per loro, per i quali una delle preoccupazioni sembra essere quella di sottrarre le donne ad uno sfruttamento aberrante:
che carini a crucciarsi.

Non sempre però hanno le idee chiare:
se da una parte condannano il cosiddetto “utero in affitto”,
non disdegnano la “vagina a noleggio”,
intravedendo in questo caso anche la possibilità di recuperare introiti per le casse dello Stato.
Mi pare una contraddizione, oppure qualcosa mi sfugge?

In fondo questi argomenti, se trattati da un punto di vista maschile,
hanno soluzioni più semplici;
senza tutti quei distinguo, sfumature o eccezioni che noi donne siamo solite sollevare (da vere rompiscatole).
Se permettiamo che siano gli uomini a farlo, non possiamo poi lamentarcene, no?

Come negare però le tante conquiste ottenute?
Molto è stato conseguito, con risultati di tutto rispetto.
Non vorremmo di certo stare lì a questionare sull’avanzamento
della condizione femminile,
che è comunque arretrata di un passo rispetto alla posizione maschile, vero?

Ci sarebbero molte altre domande sull’argomento,
ma tutte mi rimandano a quella iniziale:
ha ancora un valore l’8 marzo?
Io dico di sì.

E’ una data importante per noi donne per ragionare sulla nostra condizione,
ponendoci di fronte alle nostre esigenze di pari opportunità,
attenzione e rispetto,
senza per questo sentirci una categoria protetta come il panda in estinzione.

Eppure ho come la sensazione che l’anno prossimo mi ritroverò a pormi le stesse domande…
e io che pensavo di essere un’inguaribile ottimista!

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